lunedì 11 giugno 2018

Trust - Le storie giuste, scritte più volte







Scrivere una storia vera e adattarla è comunque un compito difficile.
Scrivere una storia scritta solo qualche tempo fa è ancora più difficile.
Fare queste due cose insieme, riuscendo anche a stupire, è un qualcosa di quasi impossibile: "Trust" però riesce a farlo e anche bene.

Ambientata tra l'America e la Calabria, avvolta da un'aurea di favola e raccontata con uno stile che varia dal documentario al thriller a tinte noir la nuova serie di Danny Boyle segue una scia già tracciata prima di lui ma lo fa in maniera unica, con un narratore unico e con modi e stilemi unici, propri di una persona che sa cosa vuole fare veramente.

Attraverso la voce e il volto di Fraiser, il più delle volte, seguiamo tanti personaggi, uno diverso dall'altro, ognuno con una sua storia e un particolare concetto di fiducia che si sfilaccia, che si rompe o che si rinforza e si rinsalda.
Una storia più grande di quella dei Getty, Sutterland è chiaramente Gesù sceso in Terra per recitare, così tanto grande da essere contesa tra due lingue: il calabrese e l'inglese.
Una storia così grande che, addirittura, si mette alla prova con un singolo episodio tutto in dialetto con i sottotitoli.
Cosa mai vista prima se non dalla puntata giapponese di "Westworld".

Così, forse in una sola stagione, un'intera storia si chiude in maniera perfetta riuscendo anche a dare uno sguardo al futuro di tutti i protagonisti senza troppi sfoghi romanzeschi e volendo, subito, sfidare lo spettatore a guardare il vero finale su Google.

Perché Danny sa chi guarda la TV oggi.

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#Recensione
#Trust
#Sky

domenica 10 giugno 2018

Trailer Reaction 15 - Halloween




Parliamoci chiaro: io mi faccio trascinare dalla nostalgia.
Ora, "Halloween" non è un film che ho visto all'uscita, cosa impossibile per me, ma è un mito che ho adorato con le due produzioni ad opera di Rob Zombie che, secondo me, è sempre un qualcosa da vedere quando è dietro la macchina da presa.
"Halloween" è l'inzio di una saga che ha fatto la storia ed è uno dei film, uno dei suoi seguiti in realtà, che io e mio fratello abbiamo visto in una delle nostre serate horror ad Halloween quind, in qualche modo, ci sono affezionato.

Proprio per questo, al momento dell'annuncio di un sequel diretto del primo film, saltando tutti gli altri, prodotto dalla Blumhouse, il mio cuore ha iniziato a battere più forte e alla visione del trailer sono stato contento come un bambino.


Tolta la scena dell'ospedale con tanto di pavimento a scacchi che sa di Carpenter lontano un miglio è la cosa più bella che abbia mai visto l'intero trailer è veramente bello.
Da una parte si vedono i vari rimandi ai vecchi film, che siano vecchie maschere o vecchi personaggi che ritornano, dall'altra è chiaro come si voglia muoversi verso nuovi orizzonti portando una Laurie/Curtis ad essere un nuovo Dottor Lumies con la nipote ad essere una nuova Laurie.
Il film stesso però, sempre secondo al trailer, sembra non volersi proporre come nuovo episodio di una serie ma come conclusione di un primo film solo dopo anni riportando quindi sullo schermo l'idea della maledizione e dell'anima demoniaca di Micheal incapace di fermarsi.

Credo fermamente che questo sia un ottimo trailer, capace di raccontare una storia che voglio vedere sul grande schermo.
Io vi dico di incrociare le dita e basta.
Speriamo.

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#TrailerReaction
#Halloween

lunedì 4 giugno 2018

Rivogliamo i film di serie B e di serie C






Io lo so che vi devo tre articoli dedicati a due serie TV, "Il miracolo" e "Trust", ma vedere al cinema "The Strangers pray at night" qualche sera fa mi ha fatto pensare molto quindi ho deciso, come al solito, di dar voce ai miei pensieri.

In un mondo in cui anche un buon box office se non è quello sperato e voluto è ritenuto un fiasco credo sia arrivato il momento di rifar posto a quei film che non sono dei capolavori, che non sono dei brutti film ma che neanche sono dei film, per questo, mediocri.

Credo ci sia bisogno di tornare a chiamare certi film "di serie B" o "di serie C".
Non per essere dispregiativo ma per ridare una categoria a certe pellicole chiaramente non in grado di farsi valere con i film di serie A senza però uscirne avvilite e svalorizzate.

Prendete, per esempio, "Kong Skull Island" che, anni fa, sarebbe stato un meraviglioso film di serie B e ora è un film bruttino perchè non va oltre certi canoni impossibili però da superare proprio perchè c'è un mostro enorme come protagonista.
Prendete, ancora, "The strangers pray at night" che è evidentemente uno slasher duro e puro anche scritto malino che però diverte come poco altro ho visto al cinema in questi anni.

Non tutti i film devono e vogliono essere dei capolavori.
Alcuni fanno il loro lavoro e basta ma non per questo dovrebbero essere denigrati.
C'è bellezza nel cinema anche se non parliamo di film d'arte o di film meravigliosamente scritti.

Il cinema è bello perchè è vario e anche caciarone alle volte.

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#Editoriale
#Cinema
#KongSkullIsland
#TheStrangersPrayAtNight

venerdì 1 giugno 2018

Il Governo è fatto e io ora vado a sedermi e a mangiare i pop corn con Renzi






Ci sono voluti quasi cento giorni, tanti e vari dietrofront ma alla fine abbiamo questo Governo.

Abbiamo i Cinque Stelle nella stanza dei bottoni.
Abbiamo Salvini agli interni.
Il PD sembra sia stato definitivamente sconfitto e Renzi è isolato da qualche parte lontano da qui e da questo mondo.

Se ci guardiamo indietro, basta solo guardare a qualche mese fa, tutto questo non sembrava così tanto possibile eppure è andata così e ora abbiamo un nuovo Governo.
Questo può piacere a qualcuno e può non piacere a tutti ma i voti sono arrivati e la volontà popolare, anche se può sbagliare, deve comunque vincere.

Vincere certo ma non essere, sempre e per forza, priva di un pensiero critico.
Così, noi che abbiamo votato qualcun altro, dobbiamo proprio essere questo pensiero critico.
Noi dobbiamo criticare, dobbiamo osservare e alzare la voce quando serve.
Noi dobbiamo essere un'opposizione capace però di dare il proprio consenso quando ce ne sarà bisogno.

Noi ci mettiamo in un angolo a mangiare il pop corn ma non per questo non possiamo applaudire.

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#Editoriale
#Politica

lunedì 28 maggio 2018

Articolo politico senza foto

Sono passati quasi tre mesi e, ai vertici di questo paese, la situazione non sembra essere cambiata o meglio è cambiata ma in peggio.
Per un mese e qualcosa, se ho fatto bene i calcoli, la Lega e i Cinque Stelle, quelli che non volevano far perdere tempo agli italiani, hanno fatto avanti e indietro tra di loro, giocando a nascondino.
Poi uno ha trovato l'altro e, in un lampo, è arrivato il nuovo governo.
Un governo nato da un'alleanza dopo il voto anche se anni fa sta cosa sembrava un problema.
Un problema come un'alleanza che non doveva esserci in principio.
O meglio, è arrivato un contratto di governo.
Un contratto in tremila bozze diverse dalla più folle alla più normale.
Un contratto votato, per di più, da una parte da tutti, quella della Lega, e da un'altra, solo da quattro stronzi dentro un sito perchè, infondo, devi far entrare la gente sulla tua piattaforma del cazzo che altrimenti non pigli i soldi della pubblicità.
Così le due parti si sono messe d'accordo ed è stato scelto come nuovo premier un politico.
No, scusate, un tecnico ma vabbè.
Un tecnico che nessuno conosceva, spacciato come un politico e con un curriculum non falso ma non effettivamente chiaro.
Certo agli altri facciamo le pulci ma se capita ad uno di noi col cazzo.
A questo punto si cercano i ministri, tutto sembra funzionare sino a quando non prendi una buca, tipo quelle prese durante il Giro a Roma, che esiste ma non esiste per tutti e trovi un ministro che due anni fa, tipo, ha dato dei nazisti a dei tuoi alleati.
Due anni fa, quindi ieri, e non quando faceva parte di un altro esecutivo quindi evitiamo di fare paragoni.
Un ministro che evidentemente ha fatto innervosire i mercati provocando un danno che, chiunque ci arriverebbe, vista anche l'instabilità non può essere recuperato in una notte.
Un ministro che avrebbe potuto dire, per iscritto e per esteso, che non voleva uscire dall'Europa ma non l'ha mai detto spaventando i mercati.
Così, ignorando le avvisaglie dei giorni precedenti si è andati a proporlo comunque e indovinate?
È stato rifiutato.
Perchè capita, perchè se il ministro non piace per un determinato motivo non viene accettato.
Non parliamo di opinioni politiche però, parliamo del fatto di essere un problema per i mercati.
Parliamo del fatto di essere un possibile danno per tutti noi come abbiamo visto.
Ora, si potrebbe semplicemente prendere un nome diverso e metterlo a quel ministero e magari usare lo stesso programma e le stesse idee perchè il problema non sono quelli ma il nome.
Che dite lo facciamo un governo cambiando un nome?
No, non sembra essere una cosa possibile.
Non so perchè, forse per testardaggine o per odio.
Forse, come dicono alcuni, perchè uno dei due capoccia voleva far saltare l'accordo.
Io il perchè non lo so ma so che è finita male e che peggio non poteva andare.

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#Politica
#Editoriale

domenica 27 maggio 2018

The Screenwriters Room 2 - "13 reason why" 2: Spettri e colpe del passato





"A lot of you cared, just not enough."

"13 reason why" Hannah Baker

Immaginate di essere un adolescente, di avere tra i quindici e i diciassette anni.
Immaginate di esservi innamorati di una ragazza, di averla vista andare con altre persone e di averci sofferto molto: voi non le avete mai detto la verità su quello che provavate e l'avete vista andar via, in qualche modo, con qualcuno che secondo voi non la merita.
Secondo voi, neanche voi stessi la meritate quindi la lasciate andare sperando che prima o poi si accorga di voi.
Ad un certo punto lei si accorge di voi o voi comunque riuscite a farvi notare ma qualcosa va storto e tutto torna alla normalità o peggio: vi separate.
Avete avuto vicino la ragazza che amavate, vi siete avvicinati al vostro sogno più grande, stare con lei ma qualcosa non è andata come doveva e ora non avete nulla in mano solo che questa storia non è ancora finita: qualche tempo dopo il vostro incontro lei si uccide.
Voi non capite perché, voi stessi state male tanto da morire e, per un motivo o per l'altro, iniziate a sentire la voce della ragazza che avete amato alla follia.
La sua voce vi mancava moltissimo ma ciò che sentite, il contenuto delle sue frasi, vi fa male e vi fa soffrire.
Cercate di risolvere il problema, di capire perché lei si è uccisa e di vendicarla in qualche modo ma non ci riuscite e allora rimanete lì, con la voce della ragazza che amavate e che amate nelle vostre orecchie, così reale da farvi vedere il suo spettro, che urla e soffre e piange e voi non potete fare nulla per aiutarla.
Voi siete inutili.

Questa è la storia di Clay Jansen, innamorato di Hannah Baker, che dopo aver passato tutta la prima stagione di "13 reason why" a rivivere i dolori della ragazza e a vedere il suo spettro per la città, durante la seconda stagione della serie, inizia a parlare con una proiezione di Hannah a cui lui stesso da vita, voce e anima.
Perché, se non l'avete capito, l'Hannah Baker della seconda stagione non è la vera Hannah, non è uno spettro ma è una rappresentazione delle paure, delle ansie e dei pensieri di Clay stesso che, ormai, si ritrova a parlare con la croce che porta sulle spalle.
L'Hannah Baker della seconda stagione non è la stessa della prima o delle cassette ma è il senso di colpa e il dolore di Clay che prendono forma. 

Clay, proprio per via delle cassette e dell'amore che prova per la ragazza, non è mai riuscito  a superare la sua morte e non ha mai veramente affrontato le cosiddette 5 fasi del lutto che, come si vede nella serie, si mescolano continuamente nella sua testa.
Normalmente queste fasi avvengono in un ordine abbastanza stabile, anche se soggetto a cambiamenti, tuttavia la continua presenza di Hannah, voce sempre presente nelle orecchie di Clay, non gli permette di chiudere un capitolo e di andare avanti.

Clay rifiuta la morte della ragazza ma continua a sentirla vicino e a vederla.
Clay si arrabbia con lei per la sua morte ma si ritrova continuamente spinto contro altri grazie alle storie negli audio lasciati da Hannah.
Clay non può venire a patti con il suo suicidio perché non riesce a capire qual'è la vera causa scatenante essendocene così tante.
Clay non può cadere in depressione o accettare la morte di Hannah perché sente che c'è qualcosa che deve fare per lei: per vendicarla.

Il non poter accettare la morte di Hannah e passare avanti insieme al non poterla vendicare quantomeno per avere un po' di sollievo porteranno Clay, in questa stagione, a dar vita ad uno spettro animato dalle sue parole e dalle sue paure e colpe per più di un motivo.
In primis lo spettro di Hannah serve a Clay per confrontarsi su alcune cose e per dar voce ai suoi pensieri sia a favore che contro Hannah.
Allo stesso tempo Clay ha bisogno inconsapevolmente che Hannah, ad un certo punto, gli dia il via libera di andare avanti cosa però impossibile, come si vede all'inizio della serie con Skye, prima di essersi reso utile per vendicare la ragazza.
Infine Clay ha bisogno di un corrispettivo con cui parlare e mentre l'Hannah della prima stagione parlava con lui attraverso le cassette questa volta è lui ha coprire i silenzi della ragazza creandone un avatar.

L'idea di un Hannah spettro capace anche di parlare quindi, secondo me, non è una trashata come ho letto ma è perfettamente giustificabile.
Da una parte si giustifica dal punto di vista narrativo con Clay che ha bisogno di parlare con Hannah per andare avanti, nessuno mi può dire che non ha mai parlato nella sua testa con qualcuno, e perdonarsi.
Dal punto di vista tecnico serve agli sceneggiatori per creare un dialogo tra Clay e, indirettamente, il pubblico che ora può effettivamente sentire tutto ciò che lui pensa attraverso la sua bocca o quella di Hannah.

Ultima cosa: Clay non parlerà mai veramente ad alta voce con lo spettro di Hannah proprio perchè i suoi dialoghi con lei sono tutti nella sua testa.
Le poche volte che Clay urlerà qualcosa e si farà sentire dagli altri, in realtà, sono da identificarsi con i primi segni di un crollo nervoso che raggiungerà il suo limite nel penultimo incontro tra lui e Bryce quando Clay cercherà di ucciderlo perché si sente impotente.

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#TheScreenWritersRoom
#13ReasonWhy

lunedì 21 maggio 2018

13 Reason Why 2 - Ancora una volta, con più sentimento ma meno intelligenza






 Leviamoci sin da subito il sassolino dalla scarpa: questa seconda stagione, a differenza di quello che pensavamo io e tanti altri, non ha rovinato l'intera serie, almeno per me, ma, purtroppo, toccherà vedere la terza stagione per capire quanto questa seconda stagione sia valida.

Sono passati cinque mesi dal finale della prima serie e qualche tempo in più dall'omicidio di Hanna.
La cittadina e la scuola che abbiamo visto precedentemente sono in subbuglio: Bryce è a processo e insieme a lui la scuola stessa.
Alcuni sono andati avanti, altri sono rimasti indietro ma tutti hanno sentito l'addio di Hanna: tutti sono stati toccati dalle cassette in qualche modo.

L'intero show vive sia in tribunale che nella scuola, tra indagini e interrogatori e tra pianti e scene tremendamente dolorose per i nostri protagonisti e per noi spettatori.
Seguendo la scia della scorsa stagione ogni episodio si dedica ad un singolo personaggio e Hanna continua, bene per alcuni e male per altri, ad essere una presenza costante nella serie.
I momenti dolorosi e "di formazione" diminuiscono rispetto al passato ma rimangono comunque presenti e, soprattutto, si risponde alle critiche passate.

Molti, al tempo, non erano contenti di Hanna: troppo vittima e poco umana, troppo bianca e non minimamente reale.
Questa stagione però, che si prefigge l'obiettivo di scrivere negli spazi bianchi della prima storia, forse anche troppo, riprende in mano la figura della ragazza e la rende più umana e più grigia mettendola in situazioni "scomode" e umane.
Tolta lei tutti i personaggi avanzano, bene o male, nella loro crescita e di ognuno riusciamo a farci anche un'idea diversa.

Perdendo però il filo conduttore ed emozionale legato alle cassette la serie perde sicuramente di impatto e spessore rimanendo vicina solo a coloro che si erano innamorati dei personaggi precedentemente.
Per di più, il finale discutibile lascia troppo all'immaginazione e lascia lo spettatore frustratissimo.

Ripeto, la seconda stagione rimane sempre molto carina ma è una spanna sotto la prima e non ha un finale soddisfacente.

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#Recensione
#13ReasonWhy
#Netflix

domenica 20 maggio 2018

Il Miracolo - I primi 4 episodi





"Il miracolo", la nuova serie originale Sky creata e diretta dallo scrittore Niccolò Ammaniti, è composta da otto episodi.
Approfittando di questa "coincidenza" ho deciso di parlare di questo prodotto così particolare, dalle origini italiane ma anche vicina alla serialità americana e ideata da uno scrittore visionario, in tre momenti separati.
Avremo due articoli in cui analizzeremo i primi e gli ultimi quattro episodi subito dopo la loro messa in onda e poi un ultimo articolo finale per parlare di tutta la serie in maniera completa.
Iniziamo, quindi, con i primi quattro episodi.

Ammaniti sa come iniziare un racconto, sa come scrivere una buonissima base senza sé e senza ma e in questi primi quattro episodi la cosa è abbastanza chiara.

In pochi episodi abbiamo delle figure di protagonisti abbastanza forti e non privi di dilemmi importanti e tutti i comprimari iniziali, credo che ne arriveranno altri, hanno un certo spessore e in qualche modo possono avere una rilevanza nella vicenda principale.
Non abbiamo un vero e proprio villain ma direi che non serve: il conflitto è lì e sembra che si stia insinuando pian piano in alcuni personaggi e sia già covato da altri.
In quattro ore, Ammaniti, ha descritto una situazione base, ha creato un trittico di protagonisti capace di ribaltare le carte sul tavolo in poco tempo e ha messo alcuni jolly niente male.
Insomma: "Il miracolo" ha si una propria identità ma nulla che non possa essere distrutto nelle prossime quattro ore.

Un'identità tipica delle opere dell'autore: una realtà vicina alla nostra ma allo stesso tempo con un leggero tocco di stranezza da renderla interessante.
Un passato misterioso che, credo, verrà spiegato alla fine della serie stessa o nei paraggi del finale così da avere una stagione e una serie conclusiva anche se difficilmente Sky non punterà ad un rinnovo.
Un passato, anche quello, strambo e particolare legato a luoghi affini a certi eventi e quindi, ancora una volta, torniamo alla realtà vicino alla nostra ma con un tocco di stranezza.
Una stranezza che tocca lo spettatore sin dalla sigla iniziale, che mostra, nel finale, il sorriso della statuetta della Madonna che risulta sia diabolico che pacifico.

Probabilmente è questa la forza di queste prime tre puntate: una serie di vicende reali ma diverse da quelle della nostra contemporaneità che tuttavia interessano lo spettatore e lo tengono incollato allo schermo.

A questo punto però il problema sarà vedere se, come nei suoi libri migliori, il finale sarà all'altezza della strana premessa iniziale.


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#Recensione
#IlMiracolo

lunedì 14 maggio 2018

All In - Quando un sogno meraviglioso iniziò con una scommessa


Era il 16 Maggio del 2017 e Cody Rhodes, uno dei wrestler ed entertaiment migliore che conosca, decise di accettare una sfida insieme a due dei più grandi wrestler delle indy della storia, i Bucks, con cui da poco era entrato in confidenza: decise di organizzare un singolo show, di una notte, insieme ai suoi amici completamente indipendente.
Nessun aiuto dall'esterno, nessuna compagnia e nessuna terza parte: solo lui, i suoi amici e chiunque avesse voluto.
Una singola notte per 10,000 persone.


Ora per chi non conosce il panorama del wrestling americano e mondiale la cosa potrebbe non sembrare così particolare o comunque difficile se, come ho detto all'inizio dell'articolo, questi tre uomini sono così bravi ma la realtà non è sempre così facile: il mercato, americano e mondiale, è nelle mani di una singola compagnia che non ha rivali, la WWE, e poi abbiamo la presenza di varie compagnie medie e altre molto piccole.
In un mercato del genere nessuno, nessuno, riesce a mettere insieme così tante persone: nessuno che non sia la WWE.

Questa scommessa quindi mette una persona, Cody, fuoriuscita dalla WWE, anche male, di fronte ad una sfida enorme: superare il suo ex datore di lavoro in una maniera inedita e, anche, abbastanza umiliante.
Un singolo e i suoi amici contro un'azienda che da anni domani il settore e che da anni mangia qualsiasi avversario.

Cody però inizia a creare questo evento, porta con se i suoi migliori amici, alcune persone appena conosciute e decide un nome che dice tutto: "All in" espressione utilizzata all'esterno nel gioco del poker che va a significare la messa in gioco di tutte le proprie fish su un'unica puntata.
Cody e i suoi sanno che stanno facendo una scommessa enorme.
Una scommessa che ieri, giorno di apertura delle prevendite, ha avuto il suo risultato.

In 30 minuti, uno show creato da tre persone senza nessun aiuto da terzi e partito da una scommessa, ha fatto sold out.
10,000 persone hanno preso i biglietti per vedere questa gente vincere una guerra più grande di loro.
Cody e i suoi hanno dato voce ad un movimento che vuole qualcosa di più della solita pappa preparata, un movimento capace di sfidare un colosso mondiale e vincere.

Cody e i suoi hanno vinto la scommessa più grande: hanno dimostrato di potercela fare da soli.

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#Wrestling
#AllIn

venerdì 11 maggio 2018

Anteprima 6 - Tuo, Simon





"Tuo, Simon" è un bel film.

Difficile poter dire di più oltre questa frase.
Difficile perchè "Tuo, Simon" non è un film che esce dai soliti schemi del genere nè è brillante nei dialoghi.
Non abbiamo grossi personaggi nè scontri o incontri degni di nota: nessun tratto del film supera il limite standard di questi prodotti.
Proprio in questa voglia di non essere nulla di più di un semplice teen drama molto, molto leggero "Tuo, Simon" diventa il film perfetto.

Chiariamo, non sto parlando di un capolavoro del genere ma di un film che proprio per non voler essere altro è un gran bel film: vuole rimanere ciò che è.

Ambientato nella solita provincia americana, con il solito gruppo di amici e una famiglia più che perfetta la pellicola non esce mai dalla sua bolla fantastica e, evidentemente, priva di problemi.
Non c'è mai un qualcosa di troppo nero che possa completamente rovinare l'atmosfera estiva e felice.
Tutto si muove secondo un certo ordine e senza particolari problemi si arriva al finale.
Certo non è che ora non c'è un motore della storia ma questo non è il "problema" del protagonista: è una cosa duemila volte più "normale".

"Tuo, Simon" non vuole essere un film che fa soffrire il protagonista e che, per questo, fa riflettere il pubblico: vuole essere una pellicola che gira intorno al "problema", lo lascia sullo sfondo e tratta tutto il resto come un normale drama.

"Tuo, Simon" è un teen drama normalissimo in cui il protagonista non cerca una ragazza ma un ragazzo senza seghe mentali esagerate o estreme: infondo Simon è come tutti noi.


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#Anteprima
#TuoSimon

lunedì 7 maggio 2018

Quando non sai come chiamare il tuo servizio streaming con un nome originale


In un momento storico in cui anche mia Zia vuole aprire un servizio streaming per raccimolare dei soldi dalle visual dei suoi filmini vacanzieri non dovrebbe stupire che grosse major come la Disney seguano la massa: infondo loro ne hanno le capacità, hanno i prodotti e, a conti fatti, le idee per farlo funzionare.
Stupisce però che a farsi avanti in questo campo non sia la Warner Bros con tutte le sue proprietà ma solo la DC Entertaiment.

Oltre ad un annuncio di qualche mese fa infatti pochi giorni fa la DC stessa ha annunciato l'arrivo, insieme ad alcune serie, del suo servizio streaming in maniera ufficiale con tanto di loghi e di account Twitter.
Un servizio esclusivamente dedicato al loro universo fumettistico e lontano dalle varie proprietà cross mediali e universalmente conosciute in mano al gigante che possiede la DC: la Warner Bros.
Un servizio, al momento, privo di serie o di film animati con protagonisti i loro grossi nomi come Batman e Superman ma con solo serie e cartoni dedicati a personaggi cult o di poco conto.
Forse l'unica a salvarsi da questo "anonimato" per le masse è Harley Queen.

La DC e la Warner, quindi, decidono di seguire la Marvel e la Disney ancora una volta, il fallimento al cinema evidentemente non gli ha insegnato nulla, e, come sempre, decidono di farlo in maniera frettolosa e senza una vera e propria strategia almeno a prima vista.

Il nuovo servizio infatti, purtroppo per noi, oltre a essere sprovvisto per ora di un prezzo e di una data di lancio certa, non presenta un vero e proprio titolo di appeal per il grande pubblico o un servizio che possa comunque avvicinare l'utente medio.
Prime dalla sua può non avere tutto ma almeno ha il servizio di consegna e lo streaming Disney ha la serie televisiva di "Star Wars".
La DC, invece, ha deciso di puntare, come abbiamo detto, su titoli di nicchia, "Swamp Thing" e "Young Justice", su roba interessante ma non così forte, la serie animata su Harley, e su un prodotto che già per le sue foto di scena sta venendo odiata dai fan e derisa dal pubblico.
Per di più, puntare su queste serie, almeno a prima vista, non sembra dire che la DC voglia un pubblico generalista ma più hardcore quindi più severo e ristretto cosa che potrebbe danneggiare la piattaforma, troppo poco successo, e potrebbe influire sul costo che potrebbe essere alto.

Poi, per carità, sarò il primo a ricredermi se il costo e le serie proposte saranno di buona fattura ma come ormai qualsiasi cosa proposta dalla DC oltre ai fumetti la speranza è poca.

Ah, il nuovo servizio streaming della DC si chiama "DC Universe" perchè loro ne hanno di fantasia.
Maledizione.

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#Editoriale
#DCU
#DC

domenica 6 maggio 2018

Avengers: Infinity War - Dieci anni di storia






Questo articolo è una recensione spoiler di "Avengers: Infinity war" con spoiler.
Chiunque non voglia leggere un parere approfondito sul film ma uno superficiale può farlo qui.

Sono passati dieci anni dal primo film che ha dato il via all'universo cinematografico Marvel, sono passati dieci anni dal primo "Iron Man" e, finalmente, siamo arrivati a questo punto.
Siamo, finalmente, arrivati a Thanos contro gli Avengers: allo scontro finale e alla summa di dieci anni di storie, di film tutti auto conclusivi e tutti parte di un disegno molto più grande.

Io, prima di andare avanti, scopro subito le carte e lo dico: non credevo che ce l'avrebbero fatta.
Io non credevo che sarebbero riusciti a fare un film di due ore e mezza capace di portare a compimento tutte le storie che avevano iniziato e in grado di avere tutti questi personaggi dentro.
I film Marvel mi avevano stancato da tempo e non ero minimamente fiducioso perché, da bravo sceneggiatore, mi rendevo conto che l'obiettivo finale era veramente difficile eppure, contro ogni mio pronostico, i fratelli Russo hanno fatto un capolavoro.
Un capolavoro per questo genere di film, per i film di supereroi e di intrattenimento ma comunque un capolavoro.

Per riuscire a creare un prodotto soddisfacente riuscendo a dare il giusto spazio a tutti i personaggi i Russo hanno deciso di iniziare il film in medias res o, quantomeno, ad un certo punto della ricerca di Thanos.

Il matto di Titano, questo il suo nome nei fumetti, infatti lo vediamo sulla nave asgardiana intento, insieme ai suoi uomini, ad uccidere i rimanenti dei perché attirati dalla gemma tenuta da Loki.
Non vediamo il loro attacco alla nave, non vediamo la formazione del suo ordine e non vediamo il suo attacco ai Nova Corps e la sua conquista della prima gemma.
Thanos ci viene subito presentato con un'aura di mistero e, subito, lo vediamo mettere alle strette Hulk, Thor e Loki tre personaggi fortissimi che sino a quel momento erano sempre riusciti a vincere le loro battaglie, soprattutto Hulk.
In pochissime scene Thanos diventa il nemico più forte che gli Avengers possano mai incontrare e, qualche minuto dopo, anche i suoi uomini diventano estremamente minacciosi: alcuni vanno da Strange e altri da Visione e Wanda mettendoli in difficoltà e "menomando" alcuni Avengers che, agli occhi del pubblico erano difficili da battere.
Gli Avengers, in poco tempo, dimostrano di non essere più quella forza inarrestabile che tutti ricordavano non perché sono divisi ma perché hanno incontrato qualcuno di più forte.
Un brivido sale sulla schiena degli spettatori: se gli alieni che seguono Thanos riescono a mettere in difficoltà gli Avengers che cosa accadrà quando incontreranno il Titano?

A questo punto, proprio per dare il giusto spazio a tutti, cosa fatta ottimamente, a mio modo di vedere, solo nel primo "Avengers", i Russo dividono i protagonisti della pellicola in tre gruppi diversi e ne uniranno due solo nel finale della pellicola per, prima della fine, ridare un po' di respiro al pubblico.
Un respiro che ritorna a chi guarda solo in certi momenti perché poi il film è una corsa continua, una tensione che non si ferma mai e che non vuole fermarsi.
Si parte in medias res e si continua così senza mai dare veramente le basi della narrazione e con continui scontri da una parte e dall'altra.
Non c'è una vera trama: c'è solo un nemico da distruggere e tot modi per farlo che, però, falliscono tutti.

Questa mancanza di basi nello stesso film, questo scontro continuo io non li avevo mai visti al cinema o se li avevo visti, come in "Transformers 4", non mi avevano lasciato nulla perché non erano in grado, i film stessi, di vivere quella tensione perché allo spettatore non importava.
I Marvel studio però hanno avuto dieci anni di costruzione e tantissimi film e serie TV per preparare il pubblico a questo film che, a differenza degli altri, non è completamente visibile da chi non ha visto le pellicole passate ma è comunque un grandissimo divertimento.
Non ci sono basi in questo film perché le abbiamo avute nel passato, non ci serve sapere nulla dei personaggi perché so che Star Lord ama Gamora e perché sapere che Tony vuole un figlio mi sembra una decisione importante per lui.
Perché io Tony lo conosco e voglio che sia felice.
Perché io so chi è e so cosa vuole.
Questa è la grande forza di questi film.
Non nel film in sé ma nella costruzione di un enorme universo capace di raccontare storie intramontabili.

Storie e personaggi che vorrei non finissero nel bene e nel male e che, purtroppo e per fortuna, questo film riesce a chiudere in un certo modo.
Gamora muore, Visione fa lo stesso, Loki anche e fa male.
Fa male perché Gamora e Visione li conoscevamo e li avevamo visti amare qualcuno e vediamo il dolore di Wanda e di Star Lord.
Un dolore così forte che porta uno a uccidere l'amore della sua vita e l'altro a rovinare un piano quasi perfetto.
Fa male perché Loki era uno dei personaggi più riusciti di questo mondo ed è morto come uno stronzo.
Un dolore che sentiamo nella voce di Pepper quando Tony sale sulla nave di Thanos e si rende conto che non può scendere.
Quando Tony prende più di un colpo da Thanos e quando prende QUEL COLPO noi soffriamo con lui e tratteniamo il fiato con lui.
Spiderman poi, forse è meglio non parlarne.

Quando quasi tutti spariscono un po' tutti noi ci sentiamo mancare e magari non perché muore un personaggio che ci piaceva ma perché vediamo uno di quelli rimasti con il vuoto negli occhi.
Gli Avengers, per la prima volta nella loro storia, hanno perso.

Sono serviti dieci anni e tanti film ma per la prima volta al cinema abbiamo una pellicola capace di mantenere per due ore e mezza una tensione fortissima e senza bisogno di raccontare le basi dell'intera storia perchè già tutti ne erano a conoscenza.
Capolavoro.

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#Cinema
#AvengersInfinityWar
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lunedì 30 aprile 2018

Quando il New Yorker è troppo snob per capire i supereroi che fanno a botte




Parliamoci chiaro ci sta che non ti piacciano i film Marvel.
Ci sta che non ti faccia impazzire l'idea di aver portato la serialità televisiva sul grande schermo e di avere tanti piccoli film quasi auto conclusivi e sempre più diretti verso un unico grande film.
Ci sta perché questo non è il cinema di 5 anni fa e non deve e non può piacere a tutti.
Questo ci sta e io lo capirei quello che però non capisco e che non ci sta è il fatto di essersi letteralmente persi il salto tra tutta l'industria e l'intero universo Marvel che è un diverso tipo di media e di ideale di produzione.

Questo è quello che evidentemente non è riuscito a capire  Richard Brody, recensore di film sul New Yorker, che nel suo pezzo sul film non riesce a spiegarsi perché "Avengers:Infinity War" non introduca nessun personaggio e si rifaccia alle storie dei film passati.
Brody non capisce perché ci siano così tanti personaggi sullo schermo e perché ognuno ha il suo spazio sullo schermo così tanto da fare un film in cui il singolo attore ha poco spazio.
L'intera recensione si lamenta che nel film ci si meni solo, che il cattivo sia un cattivo da fumetto e che il motivo dello scontro sia una roba da bambini.
Brody il film non lo capisce, lo disprezza perché non è un film singolo, auto conclusivo e perché è il seguito di tutti i film passati.

Brody, questa recensione, poteva evitare di scriverla.

Lo dico da fan, lo dico da amante del genere, lo dico da lettore di fumetti, lo dico da giovane e lo dico da persona che va al cinema e sta studiando il cinema: se una cosa non si capisce, ed è evidente che lui non la capisca, non ci scrivesse.
Non ci scrivesse perché questi film sono questo: sono enormi serie TV portate sullo schermo del cinema.
I film Marvel e i loro tanti cloni sono film che devono essere visti tutti insieme per essere capiti completamente e quando, dopo dieci anni, arriva il culmine di tutti questi film non si può chiedere di avere un riassunto perché l'idea alla base non è quella.
Perché non si sta guardando un semplice film ma l'ultimo episodio di un'enorme serie TV: perché si sta guardando il penultimo episodio di "Game of thrones".

Ah si, ci si lamenta anche del finale in questa recensione inutile perché non sia mai che una cosa annunciata tempo prima rimanga tale vero?

Qui l'articolo se volete leggerlo ma io non ve lo consiglio.

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#Editoriale
#InfinityWar
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venerdì 27 aprile 2018

"Avengers: Infinity War" - Due ore e mezza volate via (Recensione senza spoiler)






QUESTA RECENSIONE SARà UNA RECENSIONE SENZA SPOILER QUINDI NON SARà MOLTO LUNGA E NON DIRò NULLA DELLA TRAMA IN Sè MA PARLERò SOLO DELLE MIE SENSAZIONI

Ideare, scrivere e dirigere un film con così tanti personaggi capace, parzialmente, di chiudere un progetto nato dieci anni fa era, secondo me, una cosa impossibile.
Lo dico tranquillamente: io non credevo minimamente che questa cosa potesse funzionare.
Ecco, i fratelli Russo sono arrivati e mi hanno, letteralmente, lasciato senza parole.
Sono riusciti a fare ciò che non avrei mai pensato: l'impossibile.

Con due ore e mezza di minutaggio e una miriade infinita di personaggi, alcuni nello spazio e altri sulla Terra ma in diversi paesi, i due fratelli non si perdono in chiacchiere e danno vita alla quinta essenza del cinecomic: al crossover perfetto.
Nessuna scelta sbagliata, nessun singolo momento per tirare il fiato se non quelli necessari per riuscire a godersi il film: un ritmo perfetto che non scende mai e che mantiene tutto e tutti aggrappati alla sedia. 

Tutti i personaggi, tutti, in sole due ore e mezza riescono ad avere il loro spazio, il loro momento e riescono a rimanerti dentro.
Tutto trasuda meraviglia ed epicità così come questi film dovrebbero essere.

Credetemi: non so veramente cosa dire senza anticiparvi nulla.

Questo è un film che arriva al punto e lo fa senza problemi, senza rimpianti e con la forza di un pungo che ti colpisce dritto allo stomaco.
Ci sono stati dei momenti in cui il pubblico in sala ha tremato, si è commosso e ha sentito il cuore spaccarsi in due.

Meraviglia signori miei, brividi e meraviglia.

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lunedì 23 aprile 2018

Il mio problema con "Dragonball Super"



Da ragazzini, quando andavamo alle elementari e tornavamo da scuola alle 16 e 30 e finivamo dritti sul divano, non chiedevamo molto ai cartoni.
Potevano parlare ed essere di tutto.
Potevano avere qualsiasi tipo di storia e qualsiasi tipo di personaggio.
Potevano anche avere un alieno umanoide con una coda da scimmia e ci sarebbero andati bene comunque.

Alcuni di questi cartoni invecchiano bene e altri no.
Alcuni ci sembrano ancora sensati nella loro follia e altri no.
"Dragonball", contando la prima serie e Z e GT, rimane ancora sensatissimo: rimane un picchiaduro ad incontri semplice semplice.
Certo la prima serie poteva essere un po' troppo stupida, Z poteva avere alcune follie dentro, mi hanno appena fatto notare che fanno scoppiare la Luna almeno una volta e nessuno ne parla mai ne viene risolto il problema nella narrazione, e GT poteva essere uno strano miscuglio delle due ma "Dragonball" ha e avrà sempre un suo senso perchè non voleva essere più di quello che era: una semplice storia in cui il protagonista affronta una serie di nemici in sequenza uno più forte dell'altro sconfiggendoli tutti.
Magari non ci riesce subito, magari non ci riesce come pensavano tutti ma ci riesce.

Ecco, "Dragonball Super" fotte completamente questa idea.
Super, la nuova serie di "Dragonball" arrivata anche  da noi su Italia Uno è ufficialmente finita e solo ora sono riuscita a riprenderla.
Certo non l'avrò vista in ogni suo piccolo dettaglio ma l'ho spulciata per bene e, piano piano, ho capito di avere un problema con questa serie: è veramente troppo complicata.
Ora non parlerò nel dettaglio della serie quindi se volete non saperne proprio niente evitate di leggere più avanti.

Si inizia con l'arrivo di un Dio mai visto prima pronto a tutto e capace di qualsiasi cosa.
Capace di distruggere Goku e tutti i suoi amici salvo non farlo perchè si.
Perchè l'amicizia e la forza di volontà convincono anche il più stronzo dei personaggi che da quel momento in poi diventerà una macchietta e inizierà ad allenare i nostri eroi condendo il tutto con scene super deficenti.
Successivamente assistiamo al ritorno di un personaggio amatissimo della saga principale che però non riesce minimamente a modificare il suo già segnato destino e sparisce subito.
E niente, da qui, roba abbastanza base per questa serie, il delirio.

Si parte con una rinarrazione di una saga amata da chiunque complicandola ulteriormente: vi dico solo che tirano fuori il peggio dal viaggio nel tempo.
Poi si è deciso di alzare l'asticella della follia ampliando in maniera inverosimile la mitologia della serie creando nuovi universi e nuovi personaggi duemila volte più forti dei protagonisti della serie che, nel finale, per più di un motivo dimostrano di non essere i più forti di tutta la serie.

La semplicità di una serie che sino ad oggi era solo un picchiaduro svanisce così in archi narrativi più complicati, inutili e anche mal gestiti.
Dove prima vinceva il cuore e la narrativa base ora, invece, sembra farsi avanti un qualcosa di più complicato che però risulta, per me, troppo artificioso e mal gestito.

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#Editoriale
#DragonballSuper
#Dragonball

venerdì 20 aprile 2018

Action Comics 100 - Tanti auguri azzurrone


In in mondo in cui non esistono quasi più veri eroi e sembra che solo i cattivi abbiano il potere celebrare un'icona eroica è sempre una cosa meravigliosa, almeno secondo me.
Non che non esistano veramente più i supereroi reali ma difficilmente qualcuno gira tanto a lungo quanto il protagonista di questo articolo e del millesimo numero di "Action comics": Superman.
Proprio così, mettetela come volete ma qualche giorno fa l'alieno più amato d'America ha compiuto gli anni.

Probabilmente non sono stati mille fantastici numeri ma Clark Kent rimarrà sempre Clark Kent con tutti i suoi valori e i suoi fantastici ideali.
Tutti punti fondamentali della vita e della storia di Kal El che vengono meravigliosamente celebrati in questo meraviglioso numero celebrativo.

Dopo una serie di meravigliose copertine, infatti, assistiamo alla prima storia, ad opera di Dan Jurgens, che ci ricorda come il nostro eroe non riesca a fermarsi mai neanche durante una festa in suo onore da parte dei cittadini di Metropolis e tocchi a tutti gli altri supereroi della Terra fargli godere il suo giorno libero.
Successivamente grazie a Tomasi, autore che adoro, assistiamo ad un resoconto di tutte le storie passate di Sups grazie a Vandal Savage e a qualche sortilegio magico capace di regalarci momenti e versioni mitiche del nostro amato eroe.

Dopo queste due ottime storie assistiamo a due racconti abbastanza passabile per poi arrivare ad un mini capolavoro scritto da Johns su una sceneggiatura di Richard Donner in cui osserviamo il seguito della copertina del primo "Action Comics".
Yep, avete capito bene: assistiamo ad una drammatizzazione di ciò che è accaduto dopo la magica copertina della prima storia di Superman: un confronto tra il giovane Clark e un suo vecchio amico d'infanzia a cui ha appena distrutto la macchina in cui era stata rinchiusa Lois Lane.
Un racconto capace di spiegare che Superman non è solo un alieno ma anche un profondo essere umano.

L'ultima vera bella storia dell'albo, che precede altre tre storie passabili, è quella scritta da Snyder che racconta egregiamente e in maniera atipica il rapporto tra Clark e Lex la sua nemesi principale.
Così come con Joker e Batman l'autore aveva descritto un rapporto più complicato della semplice "rivalità" così ci troviamo davanti a due uomini diversi ma anche simili che potrebbero essere amici se non fossero su posizioni antitetiche e che, in questo albo, per ripagare un debito di un certo tipo si ritrovano sulla stessa pagina e uno decide di fare un favore all'altro.
Una storia capace di descrivere un odio che in realtà li avvicina più di qualsiasi tipo di altro rapporto perché come ci insegna Moore in una delle sue opere più famose: molte volte i supereroi diventano più amici delle loro nemesi principali.

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#Fumetti
#Superman
#ActionComics

lunedì 16 aprile 2018

Gli youtuber e l'uso di internet






Come dice una persona ben più saggia e famosa di me che vive in una lontana isola, guardate "Breaking Italy" vi prego, internet è un luogo oscuro e pieno di terrore.

Internet, ragazzi e ragazze, è la merda.
Lo so io, lo sai tu e lo sanno anche i bambini non ancora nati.
Lo sanno, più di tutti, le cosiddette figure pubbliche che Youtube ha creato con il suo boom: gli youtber.
Per chi non li conoscesse, gli youtuber, sono quelli che accendono una telecamera nella loro stanza e, in un modo o nell'altro, grazie alla loro passione o originalità o carisma, diventano delle figure di riferimento per grandi e piccini e ottimi intrattenitori.

Questi, che vi piaccia o no, sono l'intrattenimento di domani se mai ci sarà spazio per loro: ne sono sempre stato convinto.
Il problema però arriva quando uno di loro, uno dei più famosi di loro, probabilmente per problemi personali o per altre ragioni al di fuori del mero shock, usa Youtube, il suo "luogo di lavoro" ma anche piccola isola felice, come posto in cui "denunciare" un crimine.


Greta, in questo video, utilizza un mezzo che sino a pochi anni fa era "soltanto" un mezzo per lavorare per raccontare una parte della sua vita e sino a qui non ci sarebbe nulla di male se poi non partisse per la tangente e iniziasse a descrivere un rapporto, dal suo punto di vista, chiaramente tossico che lei stessa non riusciva a controllare.
Allo stesso tempo, questo stesso rapporto, ora che è finito sembra le stia dando dei problemi visto che il suo ex, se tutti hanno capito bene di chi sta parlando Greta, Zoda, la sta ricattando.
Questo reato è ben descritto, tranquillamente, nel titolo del video.

Ora, non sta a me dire se ciò che "urla" Greta sia la verità o no, semplicemente, qualsiasi sia il motivo dietro a questo video, vorrei che qualcuno aiutasse questa ragazza.
Non perché mi stia simpatica o altro, anzi è il contrario, ma perché c'è effettivamente qualcosa di insano nell'aprire una telecamera e iniziare un racconto insensato, anche in presenza di appunti, su presunti ricatti o altre cose con tanto di screen.
Il video non è un video di denuncia ne un video per "crescere" è solo uno sfogo: uno sfogo che potrebbe starci ma che è scorretto e sbagliato.
Sbagliato perché i problemi in generale non si risolvono così, perché QUEI problemi non si risolvono così e perché a me sembra tanto un grido d'aiuto e da parte di Greta non è neanche il primo.

Evitiamo di aprire la telecamera per dire tutto quello che vogliamo o impariamo a spegnerla: non sia mai che qualcuno diventi Logan Paul.

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#Editoriale
#Youtube
#Youtuber
#GretaMenchi

venerdì 13 aprile 2018

The Screenwriters Room 1 - "Trust" : Come far amare una vittima





Un mese fa ho chiuso il mio secondo blog, quello su Wordpress, in cui cianciavo, termine tecnico, per un bel po' su determinate scelte di sceneggiatura di film e telefilm.
Così come questo blog anche l'altro aveva un calendario di pubblicazione che però mancavo continuamente perché mi mancava la materia prima: l'ispirazione.
Alla chiusura di "The screenwriters room", questo era il nome, dissi che forse sarei riuscito a far tornare quel tipo di articoli sul mio attuale blog e, finalmente, eccoci qua: un nuovo articolo sotto la rubrica "The screenwriters room".
Ricordo a tutti che in questi post sono presenti spoiler quindi attenti.

"To be a Getty is an extraordinary thing. My grandfather wasn’t just the richest man in the world, he was the richest man in the history of the world. We look like you, but we’re not like you. It’s like we’re from another planet where the force of gravity is so strong it bends the light. It bends people too".

"All the money in the world" John Paul Getty III  
 
"Trust", prodotta e in parte diretta da Danny Boyle, ha un compito molto difficile: deve raccontare la stessa identica storia di un film uscito poco tempo fa.
Così Boyle, cosciente di questo, decide di prendere una strada diversa dalla pellicola che molti hanno visto al cinema e di rendere la vittima, passiva, la vera protagonista della storia raccontando il perché è lì, come ci è arrivata e, soprattutto, chi è.

Mentre il film di Scott ci racconta dei grandi, la serie di Boyle, invece, decide di raccontarci, nel pilot e nel secondo episodio, la storia di un ragazzo un po' ingenuo e stralunato, non è effettivamente chiaro sin da subito che lui abbia 16 anni, che è, inizialmente, alla ricerca del padre per poi trovarsi con il nonno.
Se dal genitore, infatti, Paul ha preso la dipendenza dalle droghe, dal nonno il ragazzo ha preso l'amore per l'arte e le belle cose.
Questa strana connessione, tra due persone completamente diverse, unisce i due Paul e, paradossalmente, ci permette di vedere quanto i due personaggi siano lontani uno accanto all'altro.

Quando il nonno racconta al nipote delle sue decisioni aziendali, della sua vita e delle sue idee è abbastanza chiaro come il ragazzo sia sì affascinato ma che non le condivida in nessun modo.
Paul Getty 3 è un'artista, non vuole minimamente vivere vicino al petrolio e per lui i soldi non sono un qualcosa a cui aspirare ma, soltanto, una necessità del momento.
Il nipote crede ancora nella gente e nel futuro e non è cinico e depresso come il nonno.
I "Grazie" del giovane illuminano il viso di tutti i servitori di villa Getty perché nessuno usa quella parola in quella casa: perché nessuno è umano come quel giovane idealista capitato lì in jeans.

Questa contrapposizione, questo continuo rimarcare la differenza tra i due Getty e la bontà del più giovane servono a mettere su un piedistallo un personaggio che, superficialmente, sarebbe solo un cretino, un semplice drogato non ben visto dal pubblico proprio per la sua stupidità.
Il renderlo, però, il perno morale di tutta una famiglia disonesta e meschina ne aumenta il valore e lo porta ad essere un qualcosa in più di un semplice "modo" per dare il via alla trama.

Nel terzo episodio della serie, poi, l'intera vicenda modifica, ancora una volta, la visione che il pubblico ha di Paul Getty 3: la tenera vittima che si abbassa a chiedere dei soldi per dei debiti inscena un suo rapimento.
Paul inscena la sua sparizione più per onorare un debito, per ripagarlo e per salvare la ragazza di cui è innamorato non perché voglia vendicarsi di qualcuno.
Paul fa del male per fare del bene.
Allo stesso tempo, poi, questo suo fare del male è farlo a dei personaggi sgradevoli che, nel pilot, abbiamo già imparato ad odiare e, quindi, l'intera manovra ci sembra anche giusta.

Tuttavia nulla va come previsto e, ancora una volta, il ragazzo "cambia forma" e diventa una vittima che si è ritrovata in un gioco più grande.

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#TheScreenWritersRoom
#Trust

lunedì 9 aprile 2018

Wrestlemania 34 - Il motivo lampante per cui non pago più per la WWE


So che è tardi e so che questo articolo interesserà a pochi ma come sapete da quando è riniziato l'anno ho deciso di parlarvi di più di tutti i miei interessi e quindi quando c'è la possibilità di trattare l'argomento wrestling non vedo perché tirarmi indietro.
Quindi, il punto vero della questione: Wrestlemania 34.

Ieri sera c'è stata Wrestlemania 34 e, per chi non lo sapesse, Wrestlemania è l'evento più grande per quanto riguarda la federazione di wrestling più famosa al mondo: la WWE.
In questa magica serata, che ormai prende un' intero week end con eventi connessi e non, avvengono i momenti più importanti dell'anno, quelli che tutti noi vogliamo e dovremmo ricordare e, magari, si dovrebbero avere le chiusure di molte storyline e faide aperte durante l'anno.
Uso il condizionale perché ormai questo evento è diventato una sorta di importante snodo annuale non più il culmine di un anno di costruzioni e di eventi e di match ma solo un punto in più sul grande schema.
Un punto importante eh ma sempre un punto.

Wrestlemania questa volta, forse più che mai, è stata un semplice punto in un disegno più grande.
Un qualcosa che potevamo tutti non vedere per un motivo o per l'altro: un evento passabile dal punto di vista del lottato e debolissimo dal punto di vista delle scelte, dei vincitori e dei perdenti.
Una serie infinita di robe che potevo vedere in show non a pagamento e di scelte completamente fuori di testa che non trovo sensate e che se hanno un senso sono comunque uno spreco in un certo modo.

Questo è il motivo per cui non pago più per la WWE: perché ormai ci si sforza solo di avere un momento, un momento importante o shockante o folle ma ci si ferma lì e non so sino a dove si vuole arrivare.
Forse sono io, forse io questa federazione non la capisco più e forse io chiedo troppo però così non mi piace, non mi piace per niente.

Prendete questo articolo per quello che è, prendete questo sfogo come quello di uno che ormai non ama più questa federazione ma che la segue per chi ci lavora dentro.
Ah, a me dispiace ancora per la fne della streak di Taker ma vabbè.

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#Wrestling
#Wrestlemania

sabato 7 aprile 2018

"Il Signore degli anelli" potrebbe essere letale per Amazon



Quando si parla di cinque stagioni più uno spin off, di 250 milioni di accordo per i diritti e di 500 milioni per la produzione destinati a raddoppiare è facile iniziare a crearsi illusioni e ad esultare.
Quando si parla di "Il signore degli anelli" su schermo si ritorna subito alla trilogia di Jackson e basta veramente poco per emozionarsi perché la materia prima è grande e ha già dato soddisfazioni.
Peccato che però molti, se non tutti, si scordano, in questi casi, quanto tutta l'operazione possa essere letale per i servizi streaming video che attualmente sono sul mercato o per chiunque altro: neanche i network principali spendono così tanto per un prodotto.

Il fallimento di un'operazione del genere potrebbe portare Amazon alla fine permanente o temporanea delle produzioni originali e c'è più di un rischio.

In primis parliamo di Amazon Prime Video e non di Netflix quindi credo, a naso, che il pubblico sia minore in un modo o nell'altro e il tutto potrebbe mostrare ad Amazon che i soldi spesi non sono valsi la candela.
Allo stesso tempo confrontarsi con un titolo così importante è comunque un problema visto lo storico dilemma della fedeltà al materiale originale o no e i soliti capricci dei fan dello zoccolo d'uro.
Oltre a questo tocca sempre pensare al fatto che Jackson ha già portato al cinema la trilogia e ci sarà sicuramente un confronto su ogni campo da cui, purtroppo, è difficile uscire vincenti.

Parliamo di un prodotto difficile, pieno di "spigoli", maneggiato bene solo da una persona e manco tanto, guardate "Lo Hobbit", ma capace di emozionare e sempre e comunque valido.

C'è sicuramente materiale per cinque stagioni e più di uno spin off quindi sediamoci e vediamo un po'.

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#Editoriale
#IlSignoreDeglAnelli
#Amazon
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mercoledì 4 aprile 2018

Plus One 11 - I'm dying up here



So che questa rubrica manca da tanto quindi, per chi non la conoscesse o si fosse scordato, rispiegamola: "Plus One" è una rubrica in cui parlo di un primo episodio, numero, capitolo o qualsiasi altra cosa vi venga in mente, brevemente, cercando di capire se è un ottimo inizio.
Questa volta, anche se la prima stagione è finita da un po', parliamo del pilot di "I'm dying up here"

Ambientata duranti i primi anni 70, i veri anni d'oro dello stand up, e co prodotto da Jim Carrey che, cosa che non si può negare, conosce quel tipo di vita, la serie racconta la vita e i dolori di un gruppo di comici che lavorano ogni sera nello stesso club e cercano di sfondare.
Premessa semplice e, purtroppo, non capace di interessare tutti me compreso.
Però se tutta la serie è come il pilot allora lo spettacolo è assicurato

La serie infatti, nel primo episodio, non parla minimamente ed in maniera strettissima del lavoro dei comici ma tocca le vite di tutti i protagonisti più di una volta regalandoci un po' qui e un po' li la personalità di ognuno facendocela assaporare e preparandoci per altro.
In poche battute, sul finale, possiamo vedere una sorta di manifesto della serie in s'è che ci assicura la visione completa e senza censure di un gruppo di adulti che fanno i battuti e credono di risolvere i problemi ridendoci sopra salvo poi accorgersi di averli soltanto coperti.
Allo stesso tempo, questo passare di personaggio in personaggio, ci permette di conoscere tutto l'ottimo cast, attori giovani e non, altra grandissima sicurezza del prodotto di Showtime che decide, per di più, di utilizzare un attore come Sebastian Stan in un modo abbastanza anticonvenzionale.
Utilizzando un linguaggio diretto e anche abbastanza reale la serie parte senza molti fronzoli decidendo di puntare sui personaggi e non su una trama orizzontale cosa apprezzata quando si sa scrivere.

Il pilot di "I'm dying up here" è un vero gioiello.

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#PlusOne
#ImDyingUpHere

venerdì 30 marzo 2018

Batman Dark Knight Metal - Divertimento sino ad un certo punto





Finalmente, dopo aver sbattuto più volte la testa sul mio cazzo di PC, sono riuscito a mettermi a lavoro quindi ecco qui, con un po' di ritardo, il nuovo articolo.

Benvenuti alla mia prima recensione di un evento a fumetti.
Benvenuti alla recensione di "Batman: Dark knight metal".

Ambientata nel presente dell'universo DC, a differenza di "Doomsday Clock", Metal è una serie di sei numeri, troppi direi, che vede Batman e una gran parte di tutti i personaggi DC affrontare una delle più grandi minacce per la Terra richiamata dalla run sul pipistrello ad opera di Morrison: Barbatos.

Dopo i due ottimissimi numeri prequel, da leggere uno dopo l'altro, la serie intera è, come dice il titolo, un continuo di battaglie e di momenti rock and roll.
Passiamo dai nostri eroi in armatura a mostri interdimensionali per finire con scontri all'arma bianca, in un certo senso.
Che siate fan del pipistrello o no, fan della scrittura di Snyder o no l'intera serie non solo è una gioia per gli occhi, grazie Capullo, ma è anche un divertimento continuo che non si ferma mai veramente.

Se però avete paura che ci sia troppa fuffa e poca sostanza non preoccupatevi: Snyder, per giustificare la natura interdimensionale dei suoi nuovi villan, fa un ottimo lavoro di continuity e di rimandi a storie precedenti, su tutte quelle di Morrison.
Allo stesso tempo, avendo la storia dentro il Rebirth DC, il ritorno di vecchi personaggi e di vecchi rapporti è un must imprescindibile e Snyder non si tira indietro: rivedrete volti che mancano da tantissimo e ne sarete veramente contenti.

Metal poi, fortunatamente, è una delle poche storie in cui Snyder riesce a creare un finale coerente e all'altezza dell'intera vicenda mandando il lettore a casa felice.
Certo sei numeri sono troppi, quattro andavano benissimo, ma i vari tien in non sono niente male e sono tutti veramente funzionali alla storia anche se non sono effettivamente necessari per una comprensione dell'opera. 

Con Metal, il suo primo evento crossover, il DC Rebirth fa, ancora una volta, centro.


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lunedì 26 marzo 2018

Netflix Pick 7 - Santa Clarita Diet 2






Non so perché ma non riesco a trovare sul blog la recensione della prima stagione di "Santa Clarita Diet".
Non capisco perché non riesco a trovarla visto che mi era piaciuta veramente tanto ma sempre possibile che non l'abbia scritta e in quel caso devo rimediare in qualche modo quindi...

Con la prima e, ora, anche con la seconda stagione di "Santa Clarita Diet" Netflix si spinge nel campo della commedia creepy, dell'umorismo macabro e, questa volta, anche del volgare bello spinto viste alcune battute.
Drew Barrymore, insieme al marito e alla figlia, da un giorno all'altro, si ritrovano il loro mondo completamente sottosopra per via di un semplice caso, spiegato finalmente in questa stagione anche se non se ne sentiva il bisogno, soprannaturale: la Barrymore è diventato uno zombi.

Così, dal nulla, l'intera famiglia è costretta ad adattarsi alla situazione, alle nuove abitudini alimentari della madre e al suo nuovo "io" risvegliatosi dopo la sua morte.
Una vita normale che in un lampo diventa, a tutti gli effetti, speciale.
L'intera vicenda però non viene mai vissuta seriamente ma sempre con uno spirito e un umorismo macabro e diretto, lo show è anche molto grafico, che potrà non piacere a tutti ma che sicuramente ha la sua fetta di appassionati e sostenitori.
Tutti gli attori danno il meglio di sè e, credo, si siano anche divertiti veramente tanto durante le riprese.
Credetemi: lo spirito spensierato e, se volete, anche cazzone si sente dal divano.
La serie, proprio per questa mancanza di serietà, si pone come uno show leggerissimo e, quindi, piacevolissimo, capace di scacciare qualsiasi brutto pensiero e di intrattenere con le sue dieci puntate da trenta minuti.

Se cercate qualcosa di poco impegnato ma di dannatamente divertente allora questa serie fa proprio per voi.
Un piccolo gioiello che dovete assolutamente vedere.

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