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lunedì 4 marzo 2019

Non mentire - La verità subito svelata


Io in "Non mentire" ci ho sperato davvero tanto.
Ci ho sperato perché sembrava che la Mediaset volesse tanto dire la sua in questo panorama e ci ho sperato perché, come dico qui, il primo episodio è quasi un "capolavoro" di narrazione.
Ci ho sperato perché il pilot della serie riesce, senza problemi, a mantenere un equilibrio tra i due protagonisti, non scopre veramente la posizione di nessuno e rende impossibile per lo spettatore capire chi sia il "colpevole" o, meglio, chi in quel momento stia mentendo.
Riesce a giocare le sue carte così bene che, in un primo momento, ero anche convinto che ci fosse di mezzo una terza persona di cui non conoscevamo ancora l'identità.
La Scarano è inizialmente spaventata e poi si fa prendere dalla rabbia.
Elementi che uniti ad alcune scene legate ad una terza persona e all'episodio successivo da una parte la fanno sembrare innocente e poi colpevole o comunque non a posto con la testa.
Allo stesso tempo Preziosi è buono, troppo buono e chiunque sia così buono, in qualsiasi tipo di realtà, qualche problema potrebbe averlo perché nessuno è un santo.
Unite questo agli accennati problemi con la moglie o alle indagini di Laura sulla droga che potrebbe aver bevuto e anche la sua posizione inizia a non essere così stabile.
Insomma, tutto rimane sospeso e sospetto.

Poi è arrivato il secondo episodio, gli sceneggiatori hanno deciso di dover dare una svolta azzardatissima alla trama rendendo, quasi letteralmente, inutile vedere il finale.
Si è deciso di abbandonare il lato più psicologico e sottile dell'intera vicenda perdendo tutto il fascino acquistato durante la pubblicità del progetto e la messa in onda del primo episodio che erano riusciti a creare un sospetto equamente diviso tra i due attori principali.
Il bello, se volete chiamarlo così, è che si è aspettata la metà del secondo episodio per dare il via alla follia.
Il momento in cui gli sceneggiatori impazziscono è quando Preziosi è fuori casa sua e la poliziotta che ha seguito il caso va da lui per dire che la procura ha deciso di non continuare l'indagine lasciandogli comunque capire che non crede nella sua innocenza.
Da questo momento in poi il personaggio tranquillo, generoso e candido che abbiamo visto sino ad ora diventa un uomo volgare e aggressivo che invita subito a bere un bicchiere la poliziotta cosa evidentemente poco consona ad entrambi.
Successivamente tornerà a comportarsi normale, durante una cena con un'altra ragazza si comporta normalmente, salvo poi entrare in full psicopatico in una serie di scene.
Il tutto mentre la Scarano, invece, continua a vivere con la sua paura, fa le sue indagini improvvisate e incontra un uomo che la fa ricredere sul genere tutto.
Il peso della colpa e della menzogna arriva tutto sul personaggio di Preziosi e lo fa con una forza sorprendente o comunque troppo poco preparata e anche molto frettolosa.
Insomma, si poteva fare tutto meglio, in maniera meno evidente e non nell'episodio di mezzo lasciandoci un terzo episodio privo di tensione verso questo lato della narrazione.

Il finale di "Non mentire", infatti, perso il discorso del sospetto decide di buttarsi nell'indagine più spinta e nella follia di Preziosi.
Da una parte più di un personaggio, chi per un buon motivo e chi no, si convince che Preziosi è il villain della storia mentre il nostro caro dottore, ormai sempre più votato al male, continua a dare segni di cedimento diventando più violento e losco.
A questo punto le carte di entrambi i protagonisti vengono scoperte e anche se la Scarano si muove degnamente non riesce a mettere alle strette il personaggio di Preziosi sino ad un time jump abbastanza strano e ad un finale che apre ad un seguito che non so quanta gente vorrebbe vedere.

In definitiva ci si poteva e si doveva avere di più da una serie TV con due lead ottimi e un'idea se non originale almeno molto interessante.
Purtroppo però si è deciso, non capisco ancora perché, di abbandonare in fretta e furia l'idea del sospetto su entrambi i protagonisti lasciandoci un finale scontato o comunque privo di quella tensione che si poteva avere se il tutto fosse stato mandato avanti in altri modi.
Avrei preferito un approccio e un modo di mandare avanti il tutto diversamente ma, sperando che questo sia solo l'inizio, per ora può essere un buon punto di partenza.




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mercoledì 27 febbraio 2019

Suburra 2 - Finalmente Roma è piena di criminali


Quando finì la prima stagione di "Suburra" e iniziai a parlarne non ne ero pienamente convinto.
Da una parte ero molto contento di rivedere un qualcosa di più simile a "Romanzo criminale" e più lontano da "Gomorra" tuttavia continuavano a mancare delle parti fondamentali.
Alcuni personaggi non erano convincenti o giravano a vuoto e appesantivano l'intera vicenda mentre chi riusciva a raggiungere i suoi obiettivi lo faceva con qualche capriola di troppo.
In sostanza si era centrato l'obiettivo ma il tutto non era stato fatto perfettamente e l'intera serie aveva bisogno di essere migliorata su tutti i fronti.
Questa seconda stagione, fortunatamente, è riuscita a migliorare tutti i punti deboli della precedente annata sopravvivendo anche a qualche forzatura nella scrittura.

Siamo ancora a Roma, i nostri protagonisti non sono cambiati ma sono sicuramente maturati.
Spadino è sempre più convinto della sua posizione e sempre più voglioso di essere sé stesso e di volere un posto di comando proprio ora che il fratello è indisposto.
Aureliano si è lasciato indietro i suoi fantasmi e sta cercando di capire come affrontare quelli che si ritrova ancora accanto.
Gabriele ha fatto strada nella polizia, si è messo il padre e Samurai alle spalle e cerca di fare il suo lavoro al meglio.
In breve tutti e tre i nostri "eroi" saranno costretti a confrontarsi e a riunirsi per cercare quella libertà che hanno sfiorato durante la prima stagione ma che non sono veramente riusciti ad afferrare.
Grossa e convincente aggiunta di questa stagione dalla parte dei tre ragazzi, una non ho voglia di citarla perché è parte di un filone di trama imbarazzante, è Federica Sabatini che in un' ipotetico continuo della serie che inglobi i film potrebbe benissimo prendere il posto della Scarano.

A non essere cambiato è Samurai che si ritrova sempre nel mezzo della città di Roma.
Tra preti e politici, alcuni conosciuti e altri meno, sarà ancora lui il villain della stagione, questa volta l'unico, contro cui i tre ragazzi dovranno scontrarsi.
Sorpresa di questa seconda annata della serie Netflix è sicuramente il fatto che lui stesso si ritroverà in difficoltà e la sua vita verrà messa in pericolo.
Ad "aiutarlo" troveremo il personaggio interpretato dal sorprendente Jacopo Venturiero che porta sullo schermo due parti di Roma molto presenti nella realtà che precedentemente non erano state portate in scena.
Chiudono il cerchio i due personaggi "fuori" dal mondo criminale della serie: quello di Claudia Gerini e quello di Filippo Nigro.
Se entrambi sino a questo momento erano stati lontani dalle azioni e dai personaggi più importanti quest'anno i due "diventano parte" della squadra e l'intera sceneggiatura ne trae beneficio creando un racconto più coerente e più articolato.

Un anno fa l'unica cosa che non doveva essere modificata perché perfetta era il lato tecnico della serie quest'anno, invece, possiamo lasciare tutto così.
Lasciati in soffitta i triangoli amorosi o i filoni narrativi legati alla droga abbiamo tre protagonisti più sicuri, in una posizione non proprio di potere ma dalla quale sono capaci di muoversi e di colpire senza problemi.
Finalmente il nostro trio di criminali preferiti è convincente e sembra essere pronto a conquistare Roma.



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lunedì 25 febbraio 2019

True Detective 3 - Time is a flat circle sometimes


Per gran parte del tempo ho provato un senso di fastidio guardando questa terza stagione di "True detective".
Mi sembrava di star guardando un qualcosa di già visto, di già sentito e di già scritto.
Mi sembrava di vedere una prima stagione con dentro la tematica razziale e al posto delle donne scomparse i bambini.
Mi sembrava di avere davanti, ancora una volta, l'ennessimo uomo nero bianco e ricco che aveva fatto qualcosa di male e era riuscito a farla franca.
Ancora una volta mi sembrava che Pizzolatto avesse deciso di prendere un gruppo di detective, mischiare le carte con un gioco legato ai piani temporali e di riunire il tutto puntando il dito sul solito villain interessato ai bambini come era accaduto nella prima stagione, nella seconda e ora in questa.
Insomma, mettetela come volete ma mi sembrava di rivedere sempre la stessa cosa, mi sembrava che tutto si stesse ripetendo come se un serpente si stesse mangiando la coda.
Questo da alcuni era visto come un pregio, come una mossa intelligentissima ad opera dello sceneggiatore consapevole delle passate stagioni e capace di richiamarle a sé in questo modo.
Non stavamo vedendo ancora una volta più piani temporali perché serviva alla trama ma perché si voleva richiamare le precedenti stagioni e così via.
Molti ci vedevano della genialità io ci vedevo solo una faccia da culo e poca inventiva.

Fortunatamente però, non l'avrei mai detto, gli ultimi due episodi sono riusciti a rimettere insieme i pezzi del puzzle dando allo spettatore uno sguardo complessivo all'intera indagine, uno sguardo chiarificatore e, per me, soddisfacente.
Le ultime due puntate dello show, avevamo già avuto i primi indizi nel sesto episodio, hanno messo in ordine alcune cose e ci hanno dato la possibilità di dividere la prima e la terza stagione di "True detective" in maniera chiara allontanando il senso di ripetizione e mettendo le cose nelle giuste caselle.
Questo finale, per me, corona una stagione che ha visto un intreccio non troppo complicato, in linea con le passate stagioni ma coerente con la soluzione conclusiva.
A differenza di una prima annata con un intreccio troppo semplice per una soluzione così complicata e della seconda con un intreccio complicatissimo per una soluzione semplice qui tutto è nettamente bilanciato, fatto con precisione e dosato nel migliore dei modi.

Così, lasciando stare il caso, abbiamo i paesaggi meravigliosamente malinconici e sporchi creati da Pizzolatto che fanno da contorno a più di una storia drammatica vero motore di una narrazione comune in tutte le stagioni di questa serie.
Un motore che finalmente può respirare e può farsi vedere senza il sentore paranormale della prima stagione o l'eccessività della seconda che utilizzava il sesso o la violenza come copertura per la propria retorica.
Una retorica che si vede anche qui ma che riesce ad essere più accettabile anche grazie alla situazione del nostro protagonista tediato da una malattia che lo porta a scordare le cose e che quindi lo rende perfetto per ripercorrere più volte la stessa strada come vuole lo stesso Pizzolatto.

Quindi sì, abbiamo ancora una volta più piani temporali e una coppia di detective e un enorme uomo bianco cattivo ma nulla è come sembra e tutto torna dove dovrebbe tornare.
Il tempo è un cerchio, le storie si ripetono come la bravura dei due attori protagonisti ma lo svolgimento cambia, il finale si muove su linee più tenui e a rimanere sulla scena è la storia d'amore di due persone che non sanno veramente come amarsi e quella d'amicizia tra due persone che più di una volta si sono allontanate e tutte quelle volte hanno perso qualcosa.

Se volete il meglio di "True detective" questa terza stagione è ciò che fa per voi.

Prima di salutarvi vi invito a passare sulle nostre pagine affiliate: L'angolo delle Serie TV, A Clockwork Page, HOUSE OF TELEFILM - La casa delle Serie Tv e degli Spoiler,  Keep Calm and Watch Series, How to get away with Fandoms,  The Kingdom Of Fandom,  Doctor Who "ita ", Telefilm Obsession, Traduttori Anonimi, MAh, Valiant Italia , Telesimo, 


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mercoledì 20 febbraio 2019

The Umbrella Academy - Meglio profondo o strambo?


"The umbrella academy" non è un fumetto adatto a tutti.
Parliamo di un fumetto un po' bambinesco, strambo sin dal principio e evidentemente figlio di una mente articolatissima ma anche molto legata alla propria infanzia ed adolescenza.
Un mio amico, senza molti giri di parole, l'ha definito una cafonata e potrebbe anche starci se solo si riconoscesse prima che è l'espressione di uno stile e di una personalità ben precisa.
Proprio per questa sua unicità "The umbrella academy", secondo me, è uno di quei prodotti che, come "Under the dome", poteva essere preso ed essere adattato parola per parola, limando alcune cose e limitandone altre, creando un'opera fedelissima e non adatta a tutti ma tremendamente bella.
Netflix però non ha preso questa decisione, ha deciso di muoversi diversamente, di cambiare non solo la storia ma anche tutta l'impostazione creata da Way colmando alcune evidente lacune della sua parte fumettistica ma allontanandosi quanto basta per creare un prodotto diverso e, proprio per questo, ho cercato di giudicare questa serie TV individualmente senza farmi condizionare.
Penso di averlo fatto avendo trovato i primi episodi interessanti e non potendo dire nulla sulle caratteristiche stilistiche e tecniche tuttavia a me "The umbrella academy" non è piaciuta.
Tralasciando i paragoni con il fumetto, forse farò un articolo dedicato, io non sono riuscito ad apprezzare pienamente l'ultima serie TV Netflix.

Il primo Ottobre del 1989 una serie di donne partorisce, peccato che nessuna di queste all'inizio della giornata fosse incinta.
Sette di questi bambini vengono adottati da un anziano facoltoso e vengono allevati come se fossero dei supereroi avendo anche poteri speciali.
Nasce così l'Umbrella Academy: un gruppo di bambini speciali che vive sotto lo stesso tetto come una normale famiglia e nel tempo libero salva il mondo.
Piano piano però i sette bambini crescono, cercano la propria individualità negata sino a quel momento, Ellen Page ha un piccolo monologo su questa cosa, e coltivano la propria unicità e le proprie singolarità allontanandosi più o meno bene dalla casa d'infanzia e dal padre adottivo che scopriamo essere un essere spregevole o comunque poco adatto all'amore.
La serie Netflix inizia anni dopo la definitiva divisione dei sette ormai adulti costretti a ritrovarsi all'annuncio della morte del capofamiglia.
Mentre vediamo questa famiglia ritrovarsi scopriamo anche alcuni dei loro segreti, iniziano a vedersi i motivi che hanno portato alla loro divisione e, nello stesso tempo, sono costretti a lavorare insieme per evitare la fine del mondo.

In dieci episodi i drammi personali e le introspezioni psicologiche vengono mischiate a più di una sotto trama creando un intreccio che bene o male arriva a slegarsi in un finale niente male proiettando l'intero cast verso una seconda stagione in arrivo anche se non ancora annunciata.
Ad essere sotto i riflettori, in quello che dovrebbe essere almeno ad una prima occhiata una serie supereroistica, non sono quasi mai azioni eroiche o combattimenti particolari, che quando ci sono sono veramente notevoli, ma i drammi e le riflessioni dei nostri eroi che seppur interessanti più di una volta iniziano un filone narrativo e non lo portano a termine o se lo portano a termine poco lasciano allo spettatore per un motivo o per l'altro.
Allo stesso tempo però la moltitudine di filoni narrativi non sono divisi equamente tra i protagonisti, Luther ne ha uno massimo e per lui è un vero spreco, e chi ne ha più di uno si ritrova un po' a rivivere sempre le stesse cose, Klaus vive due volte una sorta di disintossicazione, o a non vivere quasi nulla, Allison non è quasi un personaggio, ed il tutto, secondo me, dimostra come la serie non sia perfettamente bilanciata.

Questa mancanza di equilibrio è un qualcosa che ha pesantemente danneggiato la visione del prodotto.
Decidendo di seprare la famiglia in singoli individui o in gruppetti ha effettivamente inframmezzato le storie e dil tempo di esposizione sullo schermo solo che il tutto non è stato fatto per bene.
Posso anche essere toccato dalla storia iniziale di Diego ma questa sparisce dopo un episodio e c'è bisogno di "riaffondare il dito nella piaga" andando a creare una sorta di replay della storia precedente senza però fare nulla di nuovo e non mostrandone i risultati.
Allison poteva avere un'evoluzione interessante peccato che arrivi ad un punto di svolta a due episodi dal finale e poi non si possa più frenare su di lei per ovvi motivi.
Per di più è un po' impossibile la sua non morte ma lasciamo perdere.
Dì Luther e di Klaus abbiamo già detto tutto ma potrei continuare, bene o male, per tutti gli altri personaggi che hanno o una mini storia all'inizio e poi questa si perde o finisce e non lascia nulla.
Era davvero necessario dare tutto quello spazio ai due assassini temporali?
Piacciono a qualcuno?

Ad avere l'evoluzione più grande anche se in modi diversi sono i due personaggi meno appariscenti in prima battuta: la Numero 7 di Ellen Page e Numero 5.
Purtroppo anche per loro due ho dei problemi.
Se la storia di Numero 5 viene rivelata un po' troppo presto o troppo tardi, non riesco a decidermi, non ho sinceramente apprezzato il fatto che venga cancellato un intero episodio grazie a lui come se la cosa dovesse darci qualche informazione segreta in più sui personaggi salvo poi rivedere le stesse identiche cose.
Allo stesso tempo è convinto di alcune cose senza una vera e propria base, l'occhio di cui cerca il proprietario può essere di chiunque, o cerca di salvare il mondo da solo per motivi ben precisi salvo che solo successivamente si rende conto di poterlo fare con la sua famiglia per una serie di motivi abbastanza chiari a chiunque abbia mai visto un film sui viaggi nel tempo.
Infine passiamo ad Ellen Page l'attrice più brava del gruppo che proprio per questo, per me, ha la storia migliore dell'intera serie anche se questa non viene portata perfettamente a compimento.
Lei ha l'arco narrativo più articolato, partendo da una posizione di pura inutilità passando per la tristezza e la rabbia e finendo con essere il personaggio più importante della serie.
Ellen Page si dimostra perfetta per empatizzare con il pubblico, per essere come noi se vivessimo nella stessa famiglia di un supereroe e funziona sino agli ultimi due episodi in cui prima la sua famiglia prende una decisione poco comprensibile visto come lei stessa si pone con loro e poi è lei a fare cose poco chiare.
In sostanza abbiamo l'arco narrativo per l'attrice più talentuosa che finisce in vacca perché abbiamo delle azioni leggermente forzate o inutili messe lì e la cosa non mi piace.

Ad essere forzata o senza molte spiegazioni o conseguenze mi è sembrata un po' tutta la serie che mette insieme una serie di storie una dietro l'altro salvo che queste si ripetono o, invece, non portano a nulla ed il tutto è un peccato.
Sono convinto che se avessi visto una serie con gli stessi momenti di riflessione avendo però come trame da seguire solo quella dell'apocalisse, quella di Numero 5 senza la Commissione e quella di Numero 7 avrei adorato questa serie.

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venerdì 8 febbraio 2019

Adrian 1X01,02,03,04 - Madonna mia che casino


In un mondo parallelo, probabilmente, Celentano ha prodotto questa serie TV tantissimi anni fa, l'ha fatto con un buon studio d'animazione e ha sbancato creando un prodotto capace di emozionare e di svegliare le coscienze.
Noi però non siamo su quella Terra parallela e Celentano ha fatto una cazzata clamorosa.

Oltre alla serie infinita di intrighi e caos dietro la realizzazione della serie, cercate su internet e fatevi quattro risate, è evidente che tutto questo baraccone è arrivato male e in ritardo.
Proporre una roba del genere nel 2018 non solo è una mossa completamente folle dal punto di vista del marketing ma anche dal semplice contatto con la realtà.
I messaggi sono datati, l'animazione è un completo dramma che fa sanguinare gli occhi e più si va avanti nella serie più ci si rende conto che Celentano si stava facendo una sega su se stesso mentre metteva insieme questo prodotto che, al momento, presenta quattro versioni diverse di sè stesso.
Disagio.
"Adrian" è solo disagio.

Un disagio che non può essere minimamente visto seriamente e chiunque lo osanni è evidentemente una persona cieca e sorda incapace di avere un proprio pensiero critico.
State tranquilli: questa volta odiare una cosa che odiano tutti è sintomo di sanità mentale.

Diventa, ora, anche difficile capire quale fosse l'obiettivo di "Adrian".
Se da una parte è evidente la critica verso la società attuale ci sono dei punti veramente patetici come l'odio verso i centri commerciali e la gente che si sdegna per una mela andata a male o con la pubblicità troppo presente.
Insomma cose da una parte banali e dall'altra ridicole perché tremendamente lontane da noi.
Allo stesso modo la rappresentazione del governo dispotico e della mafia sono semplicistiche e stupide come sono stupidi i villain della serie che dovrebbero essere spaventosi perché capaci di manipolare la gente ma troppo stupidi per farlo.
Il mondo di Adrian è quello di una società corrotta dal consumo e dalla tranquillità peccato che quel momento l'abbiamo sorpassato alla grandissima e l'intera storia diventa obsoleta.

I personaggi tra loro non dialogano.
Le storie continuano senza senso e senza una vera e propria direzione con duemila giri logici diversi e anche troppo astrusi.
Follia probabilmente ma, molto più evidentemente, la voglia di fare un qualcosa di intelligente salvo non avere la capacità di farlo.
L'unica nota "positiva" del prodotto che aumenta il grado di disagio è la figura stessa di Celentano presente in qualsiasi veste nell'ambito produttivo e stra presente nella serie interpretando quattro personaggi diversi senza una vera e propria ragione.

Rimane evidente come sia la passività della gente il vero obiettivo di Celentano salvo che sia impossibile smuovere chiunque quando, per la maggior parte del tempo, ti guardi allo specchio nel farlo.



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mercoledì 6 febbraio 2019

Russian Doll - Il solito time loop però rivoluzionato


Credo che l'espressione "rivoluzione" possa essere declinata in vari modi ed avvicinata al nome "Netflix" senza nessun problema.

Netflix ha rivoluzionato il settore della serialità televisiva.
Netflix ha rivoluzionato il mercato audiovisivo con il suo sistema di produzione e di rilascio.
Netflix ha rivoluzionato il modo di trattare con le grandi major o i grandi del settore.
Netflix ha rivoluzionato l'idea di universo condiviso diventando una succursale per le serie Marvel Disney.

Netflix, questa volta, ha rivoluzionato l'idea del "time loop", del giorno che si ripete senza sosta e senza fermarsi, normalmente usata come strumento narrativo per schiudersi in una modifica interiore del protagonista, creando un racconto che parla di questo esatto loop e che, bene o male, non porta a nessun cambiamento nei nostri protagonisti.
"Russian doll" infatti è un prodotto che letta solo la sinossi sembra molto semplice: Nadia è una ragazza normale che mentre sta festeggiando il suo compleanno, insieme ad amici e parenti, si ritrova in un loop temporale impossibilitata ad uscirne sino all'incontro con un'altra persona che l'aiuterà.
Nessuno si aspetterebbe un colpo di scena rispetto al solito schema e questo materialmente non c'è perché il punto della discussione, come ho detto, viene spostata sullo strumento di narrazione in sè e non sull'evoluzione dei protagonisti.
La voglia di rendere però il "gioco temporale" una parte viva del racconto e non un semplice strumento è però il vero colpo di scena.

Così, bilanciando una battuta ed una scena creepy o drammatica la nuova serie Netflix vola tranquilla, anche per via delle sue puntate limitate, sino ad un pre finale che già di suo è un semi colpo di scena e poi chiude baracca e burattini in maniera perfetta.
"Russian doll" scivola come l'olio, senza mai fermarsi e, soprattutto, lo fa con cervello.

Unica pecca della serie, secondo me, è la performance di Natasha Lyonne ma non perché non mi piaccia come attrice, la trovo strabiliante, ma perché, con i dovuti limiti, interpreta lo stesso personaggio che fa in "Orange is the new black" e questo mi spiace ritenendola in grado di fare molto meglio.

Ancora una volta Netflix ha rivoluzionato qualcosa.

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lunedì 21 gennaio 2019

Carmen Sandiego - La mia Carmen era meglio



Finalmente siamo arrivati al giorno in cui qualcuno potrà venire sotto ai commenti di una mia recensione e dirmi che sono un vecchio di merda incapace di apprezzare le serie TV nuove o i reboot e i remake di vecchie proprietà aggiornate per le generazioni di oggi.
Per la prima volta nella mia vita di recensore sarò un vecchio di merda perché la MIA Carmen Sandiego era meglio di questa nuova stupidissima finta ladra.

La mia Carmen Sandiego era meglio perché era un personaggio forte e carismatico che non aveva mai bisogno d'aiuto e faceva tutto da sola.
La mia Carmen Sandiego era meglio perché il fatto di non conoscere il suo passato la rendeva un personaggio migliore, misterioso e non stereotipato ai massimi livelli.
La mia Carmen Sandiego era meglio perché era una ladra con un codice d'onore ma non rubava "per finta": rubava e basta perché voleva farlo.
La mia Carmen Sandiego era meglio perché c'era un motivo per gli spiegoni didattici e perché non aveva umorismo becero a caso.
La mia Carmen Sandiego era molto meglio perché era un qualcosa di diverso.

Purtroppo per me e per il mio povero cuore questa nuova Carmen Sandiego non ha nulla della vecchia Carmen tranne il suo cappotto ed il suo cappello.
Non c'è veramente nulla degno di nota in questa serie che non sia la nuova veste grafica veramente meravigliosa.

La nuova Carmen Sandiego è una ragazzina che non ha il minimo fascino della sua controparte originale.
Sappiamo tutto sul passato e sulle motivazioni di questa nuova protagonista senza che nulla venga lasciato nell'ombra se non le sue vere origini ma pure la non si è capito bene cosa dovrebbe significare il tutto.
La nuova Carmen è piena d'amici, tutti ragazzi come lei, che l'aiutano in strani modi e senza veri motivi.
Dove sono i genitori dei suoi nuovi compagni?
Perché fanno quello che vogliono?
Domande a cui non avremmo mai risposta.
Lo show è pieno di umorismo fuori luogo e tutte le avventure sono concluse da Carmen con una facilità impressionante levando quella tensione che la serie originale aveva in ogni puntata.
In questa nuova versione non c'è più un minimo di serietà e anche le nozioni educative vengono rilasciate in maniera molto blanda senza un senso e facendo fare ai protagonisti degli spiegoni enormi.

Per carità una serie TV su un'agente segreto con un gruppo d'amici non è un brutto show, "Kim Possible" insegna, ma qui si è andati a eliminare parti fondamentali della mitologia della serie e questo mi disturba.
Mi disturba non perché la mitologia di una storia ed alcuni dei suoi tratti fondamentali siano inviolabili ma perché togliendo questi e aggiungendone di altri si è trasformato un prodotto che aveva un certo taglio ed una sua personalità ben distinta e mai vista sino a quel momento in una replica delle repliche, in un prodotto che ha una sua personalità solo perché ha una bella grafica.
Questo è veramente uno spreco.

La nuova "Carmen Sandiego" potrà anche essere un buono show per i ragazzi ed i bambini di ora ma la vecchia Carmen era molto meglio.



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venerdì 18 gennaio 2019

La dottoressa Giò 3X01,02 - Come "Gli occhi del cuore"


No tranquilli, non ho sbagliato la copertina dell'articolo né voi avete cliccato su un altro link: oggi, purtroppo o per fortuna, parleremo della nuova stagione della serie TV con protagonista Barbara D'Urso.
Oggi parleremo del ritorno di "La dottoressa Giò".

Ambientata due anni dopo la fine della serie precedente, andata in onda nel 1998, la nuova hit di Canale Cinque riporta sullo schermo una delle presentatrici più famose in Italia sfruttando, direi che questo è il motivo dietro questo revival, il clima nostalgico che di recente ha colpito gli spettatori televisivi di tutto il mondo.
Così, ci ritroviamo ancora una volta a Roma, ancora una volta in un ospedale e la nostra eroica dottoressa Giò è ancora dalla parte delle donne anche se dietro di lei abbiamo tutti attori nuovi.
Da quanto ho capito, leggendo i riassunti degli episodi delle stagioni precedenti, a rimanere stabile è anche la formula episodica che presenta una trama bene o male orizzontale legata alla vita dell'ospedale e a quella della nostra protagonista ed un caso della settimana risolto quasi sempre e solo dalla D'Urso che è si una semplice Ginecologa ma sa fare qualsiasi cosa gli venga chiesto.

Ecco, il fatto che Giò sappia fare qualsiasi cosa voglia alla perfezione è uno dei tanti tratti strampalati, semplicistici e anche stupidi, se volete, di una serie evidentemente trash, vi dirò meglio dopo perché, che non deve essere assolutamente vista seriamente.
"La dottoressa Giò" è una serie che cerca di trattare tematiche importanti in maniera molto blanda, che può piacere se non si hanno pretese di alcun tipo, come molte serie italiane, e che se guardata con un occhio più serio, tecnico o anche logico cade tremendamente a pezzi.
Per questo, vi invito a vedere questa nuova stagione ma solo dopo aver ascoltato attentamente questa canzone:


Questa canzone, bene o male, dovrebbe essere la sigla iniziale della fiction fittizia che viene girata durante "Boris" la serie comedy italiana che racconta il dietro le quinte di una produzione televisiva nostrana e io credo che sia un filtro perfetto per guardare "La dottoressa Giò".
"Gli occhi del cuore" racconta la vita in un ospedale italiano, come la serie della D'Urso, ed è una sorta di soap come il nuovo prodotto di Canale Cinque.
Abbiamo un dottore che usa "Gli occhi del cuore" per capire i segreti dei suoi pazienti, cosa che qui fa la nostra protagonista, e molte volte lo fa in vari primi piani intensi, un po' italiani ma anche molto italiani e fatti a cazzo di cane soprattutto quando viene inquadrata Barbara D'Urso impossibilitata a fare facce serie.
Pietro Sermonti, il protagonista di "Gli occhi del cuore", sembra, almeno per la voce, molto simile a Marco Bonini, il Dottor Zampelli in "La dottoressa Giò", ed entrambi interpretano un primario.

Qui, almeno a prima vista, si fermano tutti i paragoni più lampanti tra la finta serie di "Boris" e quella vera di Canale Cinque perché una è falsa e quindi non la vediamo più di tanto, l'altra invece è vera ed è molto esagerata.

Iniziamo infatti con un incidente d'auto, girato in una maniera un po' imbarazzante, in cui la nostra Barbara rimane ferita non prima però di aver visto più di un'inquadratura straniante forse frutto di green screen.
A questo punto torniamo con un flashback a qualche mese prima dell'incidente, probabilmente tutta la serie sarà così, e scopriamo che la dottoressa Giò, che nel mentre fa strane pose allo specchio annusando il proprio camice, è stata lontana dal suo ospedale per un bel po' per via di una serie di accuse che ha lanciato contro un suo collega colpevole, secondo lei, di aver portato al suicidio sua moglie.
I due sono davanti ad un giudice, è il momento della sentenza che ci dirà se la nostra protagonista potrà tornare in ospedale, ed effettivamente è così: Giò può tornare a lavorare non prima però di aver guardato il suo nemico con un misto d'imbarazzo e sfida, a che bei primi piani, e di averlo minacciato dicendogli che la guerra è appena iniziata salvo poi non fare nulla per i primi due episodi che abbiamo visto.
Giò, non si sa bene se subito o il giorno dopo perché le transizioni temporali sono strane, rientra in ospedale e lo fa al rallenty che fa più bello per qualche motivo.
La cosa strana è che all'entrata tutta la riconoscono, poi sale al suo reparto e nessuno se la fila se non l'infermiera più anziana che sarà, immagino, la vera LINEA COMICA della stagione.
Tutto è perfetto, poi succede un casino: in poco tempo l'ospedale diventa un inferno.
Nei primi trenta minuti della puntata abbiamo tre parti bene o male nello stesso momento ed una crisi ostaggi in cui finisce, volontariamente, la nostra protagonista.
Poi vabbè si risolve tutto però vuoi mettere?
Se butto tutto sto casino nei primi trenta minuti sai quanto successo?
Che cosa potrebbe succedere di sbagliato?

Ecco, a soffrirne è la seconda puntata che trovandosi senza tripli parti o un tizio che prende in ostaggio la nostra protagonista deve "accontentarsi" di un caso di baby squillo che è buttato a cazzo, al limite dello stupido e della follia ma vabbè.
Possiamo segnalare una delle pazienti della puntata che dice di essere caduta dal motorino ma che evidentemente ha preso un pugno in faccia però nessuno se ne accorge a parte la Barbara, una madre che non capisce cosa sia un herpes genitale e pensa che si possa avere sulla bocca o una scena rimontata a caso nella maniera più scialba possibile.
Una puntata con poche battute divertenti o momenti scioccanti di cui però ci possiamo anche accontentare.

Ecco, guardare tutto questo con occhi seri, come guardiamo un "Game of thrones" o un "Breaking bad" è chiaramente una follia ma farlo con gli stessi occhi con cui guarderemmo la serie fittizia citata in "Boris" è un ottimo compromesso per farci due risate e per passare una Domenica senza stress.

Ho messo le scene più divertenti sull' Instagram del blog così potrete andarle a vedere quando volete.
A seconda di come andrà questa recensione è possibile che io continui a vedere gli episodi di "La dottoressa Giò" e che continui a scriverne quindi se vi interessa fatemelo sapere.

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lunedì 14 gennaio 2019

Sex education - Uno dei migliori teen drama al momento


Ormai credo sia innegabile che il primo vero target a cui Netflix sta puntando è quello dei teenager.
Abbiamo visto un teen drama spagnolo, "Elite", ed uno italiano, "Baby", tutte produzioni originali, tutte fatte da gente residente in quel paese e, bene o male, scritti da autori giovani capaci, chi più e chi meno, di avere una voce propria, senza imitare nessuno e dando uno specchio esatto della propria generazione o di quella a cui si rivolgono.
Anche se ho amato sia l'ultima produzione spagnola di Netflix che quella italiana, ho linkato sopra le due recensioni se vi interessa, sono anche cosciente dei loro limiti, del fatto che raccontano due storie adolescenziali non normali in ambienti non normali e che quindi, in breve, vadano a semplificare il proprio racconto sfruttando alcuni aiuti e trucchi.
Poi, quando ormai ci siamo tutti arresi e ci siamo tutti convinti che avremmo solo drama su giovani ricchi e ben vestiti, arriva la mia amata Inghilterra, arriva Netflix UK e arriva "Sex education".

Scritto dalla bravissima, qui ne da prova, ed esordiente Laurie Nunn l'ultimo teen drama del colosso dello streaming è una piccola gemma inglese, ce ne sono veramente tante, in esclusiva che chiunque sia nel cerchio tra i 16 e 25 anni dovrebbe vedere.
Questa volta non abbiamo adolescenti ricchi o storie di droga, non abbiamo baby prostitute con famiglie troppo assenti o chissà cosa.
Questa volta abbiamo una storia semplice, con protagonisti semplici e famiglie in difficoltà per vari motivi ma comunque nel limite della normalità.
Il vero tratto originale della serie?
Il parlare senza problemi di sesso.

Ambientata in un paesino di campagna inglese "Sex education" ci racconta di Otis, interpretato da un perfetto e carinissimo Asa Butterfield, figlio di una bravissima sessuologa, date il mondo a Gillian Anderson, che spinto dalla forte e ribelle Maeve decide di iniziare ad usare gli insegnamenti della madre per aiutare i suoi coetanei sotto pagamento: i due, se volete, apriranno una vera e propria clinica.
L'intera serie quindi oltre a raccontare della vita del gruppo principale dei protagonisti, ognuno con i propri pregi e difetti, si cimenterà in più di una problematica legata alla sfera sessuale cambiando di episodio in episodio i pazienti del giovane.
Se questo potrebbe sembrarvi limitante o, almeno, un qualcosa capace di danneggiare la scrittura orizzontale della serie non preoccupatevi: i casi "della settimana", se mi permettete l'espressione, si sposano perfettamente con le vicende e i problemi dei protagonisti in quel preciso momento creando un armonia mai vista prima in un prodotto del genere.
Allo stesso tempo i nostri eroi evolvono e si muovono anche da soli in una strutta molto semplice ma anche cosciente del principio causa ed effetto che molte volte questi prodotti dimenticano: un'azione ha sempre e per forza una reazione di qualche tipo.
Ad essere anche molto particolare è la figura del protagonista Otis che diventa un eroe in maniera atipica, sforzandosi di fare cose normali per noi ma per lui difficilissime: Butterfield è un ragazzo che fa cose comuni e proprio per questo diventa un eroe e fa breccia nel cuore del pubblico.

Se la sceneggiatura è perfetta ed anche le lezioni legate alla sfera sessuale sono alla portata di tutti e all'ottimo livello "medico" di "Big Mouth", prima e seconda stagione, è l'intero cast, con molti esordienti, a dar vita alle parole sulla carta.
Oltre alla coppia protagonista di madre e figlio abbiamo due interpretazioni meravigliose da parte dei due migliori amici del protagonista che potrebbe avere una serie dedicata solo a loro senza problemi e Ncuti Gatwa quasi raggiunge questo traguardo ritrovandosi in una storia indipendente dalla vicenda principale e tremendamente dolorosa.
Infine abbiamo una colonna sonora ispiratissima capace di unirsi con il cast giovanissimo e con una regia alle volte sperimentale ma più che altro tradizionale.

Se volete vedere un qualcosa di veramente sorprendente questa è la serie che fa per voi.

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lunedì 17 dicembre 2018

Le terrificanti avventure di Sabrina - Quando tutto funziona magicamente bene


Se non venissero fuori dalla mente dello stesso produttore e fossero state messe insieme dalla stessa casa produttrice con lo stesso stile verrebbe molto facile, quasi automatico paragonare "Riverdale" e "Le terrificanti avventure di Sabrina".
Non solo perché le due serie hanno come protagonisti due personaggi appartenenti alla stessa casa editrice, la Archie Comics, ma perché è evidente che entrambe le serie abbiano alla base lo stesso obiettivo: raccontare una storia molto classica, un teen drama semplice uno e un teen drama di formazione l'altro, con un twist a livello di trama per rendere il tutto più "piccante" e appetibile ad un pubblico diverso.
Archie quindi ha il suo assassino e corpo senza vita nel pilot mentre Sabrina ha i suoi poteri magici.
Sarebbe facilissimo paragonarle e sarebbe anche facilissimo, almeno per me, dire che Sabrina riesce a centrare il suo obiettivo perfettamente mentre Archie e compagni falliscono.

Se le due strutture alla base sono identiche Sabrina riesce a mantenere, per via della sua natura originale, l'elemento particolare molto meglio di "Riverdale" senza farlo sembrare una forzatura di trama e riuscendo ad incastrarlo perfettamente con tutto il resto.
La serie dedicata ad Archie, invece, ha l'omicidio e la ricerca dell'assassino messe in mezzo alla sua strutta di teen drama senza un vero e proprio senso di continuità e continuamente in procinto di rovinarsi: entrambe fanno fatica a convivere.
Proprio per questa fatica ho lasciato "Riverdale" dopo alcune puntate e proprio per la mancanza di una qualsiasi fatica ho finito "Le terrificanti avventure di Sabrina" senza problemi.

Come vuole la tradizione Sabrina è una mezza strega: metà mortale e metà magica.
La ragazza vive con le sue zie, entrambe streghe, e frequenta il suo gruppo di amici mortali facendosi anche strada nel mondo magico.
Due vite, due gruppi di amici, due ragazzi e due scuole: il perfetto teen drama raddoppiato.
A questo stampo originale la serie Netflix, più adulta e alla ricerca di un pubblico non solo adolescente, decide di puntare molto sul lato satanico, nel vero senso della parola, della civiltà delle streghe e sul lato più sensuale della ragazza che viene sempre accennato e mai del tutto svelato.
Sabrina quindi vive la vita di una normale ragazza ma tutto viene costantemente rivisto in chiave "satanica" e, per questo, anche molto comica: lo speciale di Natale è in realtà una sorta di speciale di Halloween.

L'idea di elaborare in maniera più cruda la vita della giovane maga non è venuta a Netflix ma è nata da un reboot a fumetti più adulto di cui si possono vedere le immagini nella sigla.
Se la serie a fumetti è stata una semplice mini di pochi numeri questa serie ha già una seconda parte in arriva e potrebbe diventare uno dei prossimi grandi giganti nel catalogo Netflix sperando che nessuno sbagli la sceneggiatura.
Questa infatti sino ad ora è stata perfetta e tutte le scelte di Sabrina, insieme a quelle dei comprimari, hanno un senso logico invidiabile, una giustificazione e non la solita e semplice scusa dei teen drama: qua non parliamo di ragazzini che fanno cose stupide perché sono ragazzini.
Per di più l'intera scrittura della serie è molto intelligente: oltre a rivoltare tutti i topos cristiani citandoli anche, uno su tutti il dover arrivare vergini al matrimonio, riunisce insieme varie idee e tratti delle culture pagane e dell'immaginario fantasy creando una lore per niente facile e mai scontata.
Parliamoci chiaro: da questa serie possono nascere una serie infinita di spin off.

La verve dark unita ai topos tipici del racconto fantasy funzionano meravigliosamente anche perché vengono sostenuti da un cast di protagonisti tutti all'altezza.
Kiernan Shipka è perfetta fisicamente, la copia tridimensionale del personaggio cartaceo, e si dimostra una buona protagonista anche se ancora faccio fatica ad inquadrarla.
Miranda Otto e Lucy Davis sono delle zie perfette e sono speculari al villain nascosto dell'interà serie: la Madame Satan di Michelle Gomez che è un vero e proprio animale da palcoscenico.
Ad essere un po' sottovalutati e nell'ombra sono tutti gli altri giovani protagonisti ma sono convinto che vedremo altro da parte loro durante la seconda parte della serie.

Insomma, se fate parte del gruppo che non ha ancora visto Sabrina recuperate subito: vi state perdendo una serie da spavento.


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venerdì 7 dicembre 2018

F is for family 1, 2, 3 - Non capisco



C'è qualcosa che non funziona in "F is for family".
C'è qualcosa che non funziona e che non riesco a capire.

"F is for family" è una serie animata per adulti prodotta da Netflix che, bene o male, ricalca i modelli tipici dei "Simpson" e dei "Griffin" delle prime stagioni senza uscire dal seminato e tenendo i piedi ben piantati per terra.
Per fare un esempio, i momenti esagerati delle nuove stagioni dei "Griffin" o di "American dad" o di "The Cleveland show" qui non trovano posto proprio per la volontà di mantenere la serie ancorata ad alla realtà che tutti noi conosciamo.
Così assistiamo, in tutte e tre le stagioni, alle vicende di una famiglia americana normalissima e, allo stesso tempo, di tutti coloro che gravitano intorno a loro.

Detto così non ci sarebbe nulla di male se solo "F is for family" facesse un qualche salto di qualità rispetto ai già citati "Simpson" e non rimanesse a stagnare bel piattume utilizzando topos già visti e rivisti in film e, appunto, cartoni del genere.
Abbiamo quindi i problemi di comunicazione tra il figlio maggiore e i genitori o le prime cotte del figlio di mezzo per non parlare dei problemi lavorativi del padre di famiglia che già di suo è un problema per via del suo comportamento.
In poche parole: "F is for family" fa il suo lavoro ma lo fa nella maniera più banale possibile.
Potrei citarvi duecento esempi simili a quelli sopra per dimostrarvi quanto questa serie sia banale ma spero abbiate capito.

"F is for family" non avendo le follie e le demenzialità tipici degli ultimi prodotti Fox non va oltre un certo livello e, per me, dice poco al pubblico che ormai vede cose ben peggiori.
Questa tendenza al "giocare sicuro" mi ha portato a non parlare mai di questa serie proprio per via di questo suo limite.
Avrei parlato di un bel compito svolto da Netflix ma altro non avrei potuto dire.
Quindi, mi chiederete, perchè ne parlo oggi?

Ne parlo oggi perchè se da una parte sono un po' frustrato, ma manco tanto visto quanto sia standard questa serie, dall'altra la terza stagione ha dimostrato che gli autori della serie hanno delle potenzialità.
Infatti, oltre alla solita serie di storie base viste e riviste e sempre più deprimenti, si è deciso di dare sempre più spazio ai personaggi secondari del cartone che sorprendentemente sono più interessanti dei protagonisti stessi.
Abbiamo il vicino guardone che è ossessionato dalla famiglia protagonista o il migliore amico del figlio di mezzo con evidenti problemi di rabbia e di comportamento.
Insieme a loro, i più inquietanti ed interessanti, il cast di comparse aumenta ed ognuno dimostra di avere un tipo di storia che se raccontata potrebbe darci qualcosa di più rispetto al solito piatto riscaldato che Frank e famiglia ci regala continuamente.
Ci sarebbe così tanto da dire, così tanto da fare che ognuno di noi vorrebbe sapere di più ma non può perchè si è deciso che queste storie devono rimanere sullo sfondo.

"F is for family" è un prodotto con tante potenzialità che però non credo verranno mai usate.
#FIsForFamily 
#Netflix

lunedì 3 dicembre 2018

Baby - La giusta "piccola" serialità italiana


Al di là che la serie non tratti strettamente delle baby prostitute del quartiere parioli o che le prime due puntate mi siano sembrate un po' "stonate", se permettete il termine, non posso non dire che il mio sogno, manco così segreto, è fare ciò che hanno fatto i ragazzi del collettivo GRAMS*.
Iniziare a progettare e a scrivere un'idea con un gruppo di persone, metterla su carta, proporla a Netflix e poi, infine, vederla sullo schermo è il mio sogno, da bravo "BABY" sceneggiatore, ed è stato, ci posso scommettere, il sogno di questo gruppo di ragazzi che, permettetemi di dirlo, ce l'hanno fatta.
I giovani del collettivo GRAMS* sono riusciti, secondo me, a superare nella scrittura anche "Suburra" che scivolava sempre e comunque su alcuni punti anche andando avanti con gli episodi.
"Baby", invece, parte piano, inciampa ma riesce col tempo a prendere fiducia e, tolto qualche "errore", a tagliare il traguardo in un tempo da record.
"Baby, anche per via dei suoi sei episodi, fila via senza problemi riuscendo però ad essere una bella serie.

Chiara e Ludovica sono due ragazze diverse, frequentano la stessa scuola ma non le stesse persone.
Chiara ha una propria compagnia e un proprio "fidanzato" mentre Ludovica non ha proprio nessuno.
Per un puro caso le due ragazze si incontrano e da lì in poi la nostra e la loro avventura inizierà.
Le due scopriranno, secondo loro, cosa significa essere grandi e entreranno in contatto con coloro che normalmente i genitori vogliono tenere lontani dai figli.
Spinte però un po' dalla curiosità, dalla rabbia verso il mondo intorno a loro e dai dolori tipici della loro età inizieranno a fare delle scelte che prima non avrebbero mai fatto portando via con loro tutti quelli che amano.

Iniziando un po' come "Elite", il ragazzo nuovo che arriva c'è anche qui anche se è un ottimo mezzo di sceneggiatura per far vedere a noi spettatori un mondo nuovo, "Baby" se ne allontana subito ponendosi su un sentiero diverso e evidenziando i problemi generazionali tra genitori e figli e non, continuamente, tra ceto medio e alto come la serie spagnola.
Alcune cose potrebbero sembrare identiche solo che vengono elaborate diversamente come la storia di Fabio, personaggio che parte in sordina e che solo nel finale trova la sua definitiva liberazione.
Seguendo le varie vicende osserviamo la vita di due ragazze che decidono di stare insieme perché si sentono spiriti affini e, nello stesso tempo, condividono un segreto, possiamo anche dire una vita segreta, più pericoloso di quanto pensano.
Intorno a loro gravita tutta una serie di personaggi che bene o male riesce a trovare il proprio spazio dimostrando così che loro non sono semplice comparse e che i ragazzi di GRAMS* non hanno lasciato nulla al caso.
Si evita, cosa che "Elite" non faceva, di scadere nel ridicolo e di rimanere con i piedi per terra dimostrando, anche, che nei piccoli gesti, come comprare un orso di peluche gigante,  risiede un qualcosa di più.
Non c'è nulla di esagerato, nulla che possa far dire che i ragazzi questo o quello non lo fanno.

"Baby" non è, come molti credono, una serie crime e neanche vuole esserlo visto tutto il poco spazio riservato ai loschi movimenti dei "villain" della serie ma è un teen drama che cerca di non scadere nel ridicolo evitando sgambetti e clichè del genere.
Certo, non tutto è rosa e fiori, le prime due puntate hanno dei momenti che lasciano un po' spiazzati, e non si riesce a sfuggire ad ogni clichè, mi sfugge ancora il senso della storia d'amore tra due persone di età diverse, ma superati alcuni scogli il resto non è per niente male.
Che sia merito della regia di un Andrea De Sica che fa cinema alla TV o della bravura di tutto il cast principale, Benedetta Porcaroli e Riccardo Mandolini sono fantastici sullo schermo, ce l'abbiamo fatta e abbiamo, ancora una volta dopo "Suburra" superato lo scoglio della serie TV serie e non comica o fatta tanto per fare.
Ci siamo anche noi su Netflix.

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domenica 25 novembre 2018

The little drummer girl - Uno spionaggio forse troppo lento




Le prime due stagioni di "Homeland" ci insegnarono, molto tempo fa, che anche la TV era pronta per lo spy drama che era andato tanto al cinema molti anni prima.
Anche la TV, ora, aveva la possibilità di dire la sua in un genere che per molto tempo era stato solo messo a disposizione del grande schermo.
La spy story tornò quindi a farla da padrone per alcuni anni anche grazie a "The night manager"
unendo la grazia di James Bond alla scrittura di Le Carrè vista al cinema con Jason Bourne.
Entrambe le serie che ho appena citato fecero un successo clamoroso.
Una venne rinnovata per una seconda stagione mentre l'altra è ancora in onda dopo anni di rinnovi.

Quest'anno, dopo il successo della serie con il Loki della Marvel, le reti via cavo americane, questa volta la AMC, hanno cercato nel materiale scritto dall'autore britannico una storia da adattare e da mettere in scena sul piccolo schermo per riuscire, ancora una volta, a far breccia nel cuore degli spettatori.
A vincere questa stranissima "lotteria" è stata "The little drummer girl" che racconta la storia di una giovane attrice inglese infiltrata in un movimento terroristico palestinese.

La serie prende molto delle idee sviluppate nel corso degli anni da Le Carrè, l'agente sotto copertura e la perdita o la ricerca dell'identità, facendole diventare parte fondamentale dell'intera storia senza però mettere in secondo piano il confronto tra le due fazioni militari o il lato più legato allo spionaggio.
Dalle interpretazioni agli ambienti ripresi è evidente che la serie cerca un equilibrio tra tutti i suoi vari lati cercando di creare un qualcosa di più grande di una semplice serie: un qualcosa da ricordare anche per la tecnica con cui viene messo in scena.

A mancare, questa volta, è la velocità d'esecuzione o, almeno, la quantità giusta di momenti di tensione che servirebbero per far sopravvivere una serie del genere nel mucchio.
Certo, è evidente che la sostanza alla base e nella messa in scena c'è, la cosa è innegabile, tuttavia è innegabile che in molti momenti il ritmo si faccia pesante e non si riesca veramente a mantenere alta l'attenzione per il tempo che serve alla storia per arrivare allo snodo focale successivo.

"The little drummer girl" arriva ad un passo dal traguardo solo che non riesce a tagliarlo.

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lunedì 19 novembre 2018

Narcos: Mexico - Bene ma non benissimo






A me "Narcos", nel bene e nel male, è sempre piaciuto.
Qui parlo bene della prima stagione, qui della seconda e qui della terza.
La serie mi è piaciuta così tanto che lo scorso Venerdì ho scritto in generale di tutte e tre le stagioni uscite fin'ora.
Certo, non ero inizialmente contento della possibile nuova stagione dopo il finale della terza tuttavia il successivo cambio completo di cast mi ha incuriosito e, una settimana fa, mi sono buttato a pesce su questa nuova stagione/serie sperando potesse pareggiare o superare le stagioni precedenti.
Ecco, non ci siamo proprio.

Se l'obiettivo generale era riprendere, bene o male, le passate stagioni senza aggiungere nulla di nuovo, senza neanche stupire Netflix è riuscita nel suo intento.
Se però il colosso dello streaming cercava di raddoppiare il proprio successo con questa nuova serie io non credo ci sia riuscita completamente.
Questo perché la serie risulta non solo una replica dei soliti sistemi che bene o male conosciamo e abbiamo già visto negli anni passati ma anche tremendamente frustrante per via dei modi in cui i nostri protagonisti, sia positivi che negativi, non riescono ad andare oltre ad una certa soglia.

Oltre quindi ad una sorta di blocco dal punto di vista del racconto nessun personaggio, secondo me, riesce a stupire o a rimanere veramente impresso perdendo quindi un altro punto di forza delle stagioni precedenti che con Pablo o con i membri del Cartello di Calì e l'agente Pena erano riusciti a creare degli elementi unici ed iconici.
Il villain interpretato da Diego Luna non so bene cosa dovrebbe smuovere dentro di me visto che non riesce ad essere cattivo o buono o tormentato ma solo silenzioso e misero perché riesce a fare ben poco: la sua forza, il suo voler pianificare il futuro te lo rende simpatico sino al terzo episodio e basta.
Kiki invece è il buono.
Kiki è solo questo non è altro.
Non è infedele o egoista o qualsiasi altra cosa è un uomo santo che vive solo per fare del bene.
Vi rendete conto che sta cosa non ha senso o che quantomeno è troppo macchiettistica.

Infine, scusate per il gioco di parole che sta per arrivare, c'è la fine della serie.
La prima stagione di "Narcos: Mexico" si unisce alla prima di "Castelvania" nella categoria delle stagioni con scritto sopra "Prologo" o anche "Tornate l'anno prossimo che facciamo sul serio".
Un qualcosa che mi da tremendamente sui nervi perché, allora, potevi evitare di farmi perdere tutto sto cazzo di tempo.
Capisco che la storia appena raccontata sia importante ma forse potevi accorciarla o fare tutto in un altro modo.

Il nuovo "Narcos" mi è piaciuto perché è il vecchio con un sombrero in testa ma non è niente di più e niente di meno.
Probabilmente è solo estremamente pigro.

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