venerdì 19 ottobre 2018

Possiamo fidarci di "Making a murderer"?




Arrivata nel 2015 la prima stagione di "Making a murderer" se non qui ma in America svegliò e allarmò molti spettatori: anche nella nazione più "libera" del mondo c'era la possibilità che un innocente finisse in prigione non una ma, secondo il documentario, due volte.
L'intera vicenda, descritta con toni drammatici e cliché del genere proprio come se fosse una serie televisiva di finzione, era riuscita ad interessare il pubblico e a creare un vero e proprio movimento sociale affinché il protagonista del documentario e delle presunte ingiustizie, fosse liberato.
Alcuni conoscevano la storia di cui la serie documentario parlava, altri no ma sicuramente nessuno era a conoscenza di tutti i dettagli presentati nell'opera: ora tutto ciò che era successo era stato mostrato al pubblico con tutte le sue luci e le sue ombre.

Insieme ai premi e agli applausi però, come accade molto spesso, arrivarono però anche molte critiche: la serie venne accusata di essere imparziale e di non mettere in risalto, con la giusta forza, le prove anche a discapito del protagonista della storia.
Le registe e creatrice dell'opera erano, in sostanza, accusate di aver creato un documentario non perché Steven Avery fosse innocente ma perché loro lo volevano innocente.
Alcuni vennero convinti dal documentario ed altri dalle accuse di imparzialità: come accade molto spesso si crearono due schieramenti.

Visto che oggi è arrivata la seconda stagione, non credo che mancheranno le critiche anche questa volta, ho deciso di analizzare un po' questa questione e di parlarne in questo articolo.

Inizialmente, prima di venire a conoscenza di tutte queste critiche, finì la prima stagione e come molti mi indignai per l'intera vicenda non riuscendo a credere a ciò che avevo appena visto.
"Making a murderer" è una serie potente, capace di smuoverti qualcosa dentro e di farti arrabbiare per la follia e la cattiveria presente nel mondo che colpisce i più deboli e gli innocenti e così aveva fatto con me.
Finita la visione io ero dalla parte di Steven Avery e non avevo il minimo dubbio.
Non si dava solo spazio alla difesa o alla vita della vittima/colpevole ma anche l'accusa aveva il suo spazio, seppur minore, andando a creare un insieme di punti di vista che, per me, lasciava veramente poco spazio ai dubbi.

Successivamente però, dopo aver mostrato il mio sdegno nei posti giusti come Twitter o Facebook, mi sono "scontrato" con persone non convinte quanto me.
Alcuni avevano visto il documentario ma non ne erano usciti toccati quanto ne ero uscito io: ne erano usciti con dubbi che piano piano si erano trasformati in certezze e in accuse di imparzialità.
Al di là della presenza dell'accusa o del racconto emozionale dei parenti e delle vittime: alcuni avevano guardato i fatti presentati, si erano fatti investigatori e avevano battuto varie piste.
Così come io mi ero convinto alcuni non si erano lasciati travolgere e avevano visto nei punti ciechi lasciati dal documentario.

Perché si, "Making a murderer" ha vari punti ciechi.

Anche se è stato presentato come un'opera perfetta o comunque accuratissima molte cose mancano al primo resoconto televisivo, alcuni elementi cruciali per l'accusa vengono accennati e poi tralasciati proprio per non fartici soffermare più di tanto così da avere, nel bene e nel male, una versione parziale.
Nei pochi episodi che ho visto di questa stagione alcuni di questi dettagli vengono spiegati ma il tutto sembra arrivare troppo tardi e, strano ma vero, viene tutto lasciato subito perdere per raccontare, ancora, delle emozioni.
Vitali e importanti per il racconto ma non valutabili per il caso in sé.
Successivamente, poi, molti partecipanti al documentario hanno fatto dei passi indietro, si sono rimangiati delle affermazioni chiave e hanno accusato il principale indiziato.
Insomma: la casa ha iniziato a scricchiolare e piano piano alcuni pezzi sono venuti giù.

Le prove contro Avery potrebbero essere sufficienti ma è come se mancasse sempre un gradino in più e allora si rimane incastrati in un limbo.
Lo stesso in cui sono io adesso.

Un limbo in parte giustificato perché alle accuse di chi non crede nell'innocenza di Steven io posso rispondere  e la nostra conversazione continuerebbe all'infinito.
Questo perché è innegabile che durante l'intera seconda indagine, quella in discussione, ci sono state tantissime decisioni sbagliate e incostituzionali da parte delle autorità che hanno messo in seria discussione il loro intero operato.
Probabilmente nessuno avrebbe dubitato così tanto delle autorità se non avessero fatto pressioni su un minorenne o se non avessero detto cose che non avrebbero dovuto dire in nessun modo.

Si dice che chi è senza peccato può scagliare la prima pietra e qui nessuno sembra veramente innocente.

Questo, probabilmente, è il vero motivo per cui "Making a murderer" è una serie documentario così discussa: è uno degli esempio più lampanti di grigio che abbia mai visto.
In questa storia nessuno sembra avere ragione, nessuno torto e ognuno ha un'ottima difesa basata su fatti ben documentati.

In definitiva, possiamo fidarci di questa serie?
No, non possiamo o quantomeno non possiamo farlo interamente.
Non possiamo perché è evidente come si cerchi di far leva sui sentimenti della gente e come alcune prove importanti non vengano veramente citate nel documentario di Netflix.
Tuttavia è anche evidente che chi doveva far valere la legge si è mosso aggirando le regole, facendo cose che non dovevano essere fatte e gettando dubbi su un'intera vicenda che ai nostri occhi appare inquinata e non limpida come molti credono.

"Making a murderer" è chiaramente un documentario di parte.

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Alla prossima!

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